La riforma della previdenza complementare registra un nuovo stop temporaneo. La piena portabilità dei contributi entrerà infatti in vigore dal 31 ottobre, e non più dal 1° luglio come inizialmente stabilito dalla legge di Bilancio 2026. Si tratta di uno slittamento significativo che incide su una delle novità più attese del sistema pensionistico integrativo.
Il rinvio è stato introdotto attraverso modifiche al decreto legge Pnrr, e riflette la complessità di un intervento che coinvolge lavoratori, imprese e fondi pensione. Nel frattempo, per diversi mesi, resteranno in vigore le regole attuali, che continuano a limitare la libertà di scelta degli iscritti.
Cosa cambia con la nuova portabilità dei contributi
Il cuore della riforma riguarda la possibilità per i lavoratori di trasferire non solo la propria posizione individuale tra fondi pensione, ma anche il contributo versato dal datore di lavoro. Una novità destinata a rafforzare la concorrenza tra i diversi strumenti di previdenza integrativa e a rendere il sistema più equo.
Fino a oggi, però, questo meccanismo non è automatico. Le norme vigenti consentono infatti ai contratti collettivi, anche aziendali, di stabilire condizioni che possono limitare il trasferimento del contributo datoriale. In molti casi, questo significa che chi decide di cambiare fondo pensione rischia di perdere una parte importante della contribuzione.
La riforma punta a superare questo vincolo, modificando il decreto legislativo 252/2005 e cancellando la possibilità per i contratti collettivi di bloccare la portabilità. Dal momento dell’entrata in vigore, il trasferimento dovrebbe includere sempre anche la quota versata dall’azienda, rendendo il sistema più trasparente e favorevole ai lavoratori.
Perché è stato deciso il rinvio
Il rinvio al 31 ottobre è arrivato con l’approvazione di alcuni emendamenti in commissione Bilancio alla Camera. La scelta segnala la necessità di gestire con maggiore gradualità una riforma che interviene su equilibri consolidati tra le parti sociali.
Il decreto dovrà comunque completare il suo iter parlamentare, passando prima dall’aula della Camera e poi dal Senato. Tuttavia, il posticipo è già un segnale chiaro delle difficoltà tecniche e politiche legate all’applicazione immediata della nuova disciplina.
Nel frattempo, continuerà a valere il regime attuale, in cui il contributo datoriale resta vincolato alle modalità stabilite dai contratti collettivi. Solo con l’entrata in vigore definitiva della riforma si potrà parlare di piena mobilità delle posizioni previdenziali.
Un passaggio chiave per il sistema pensionistico
Per i lavoratori, la partita è tutt’altro che marginale. La possibilità di scegliere liberamente il fondo pensione senza perdere il contributo dell’azienda rappresenta un elemento fondamentale per migliorare l’efficienza dell’intero sistema.
La riforma mira infatti a incentivare una maggiore competizione tra i fondi, con potenziali benefici in termini di rendimenti e costi. Tuttavia, il rinvio mantiene ancora per alcuni mesi una situazione in cui la libertà di scelta resta limitata, rallentando l’evoluzione del secondo pilastro pensionistico italiano.
Enrico Foscarini, 13 aprile 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


