
Il governo – in vista della stesura definitiva della manovra 2026 – starebbe studiando una revisione della tassa sugli extraprofitti bancari introdotta nel 2023, riducendo l’aliquota effettiva dal 40% al 26%. L’obiettivo è duplice: da un lato consentire alle banche di liberare le riserve non distribuibili accantonate nel 2024, dall’altro assicurare un gettito immediato per l’erario.
Secondo le stime, l’operazione potrebbe generare quasi 3 miliardi di euro complessivi: 1,6 miliardi direttamente dalle banche e 1,2 miliardi dagli azionisti sui dividendi distribuiti successivamente.
La tassa del 2023 e la scelta delle banche
La tassa sugli extraprofitti era stata introdotta con l’articolo 26 del decreto-legge 104/2023 (“decreto Asset”), con l’obiettivo di colpire gli incrementi del margine di interesse registrati nel 2022 e nel 2023 rispetto alla media del triennio 2020-2022.
L’aliquota massima del 40% avrebbe dovuto generare circa 2,5 miliardi di euro di gettito. Tuttavia, la norma prevedeva una via alternativa: gli istituti potevano evitare il versamento, accantonando una riserva non distribuibile pari a 2,5 volte l’imposta dovuta. Tutte le banche italiane scelsero questa strada, rafforzando i propri bilanci per oltre 6,2 miliardi di euro complessivi, ma annullando di fatto l’effetto sul gettito pubblico.
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L’idea dell’“exit tax” agevolata
Per sbloccare queste riserve vincolate, il governo starebbe ora valutando una “exit tax” agevolata. La proposta prevede di ridurre l’aliquota straordinaria dal 40% al 26%, consentendo alle banche di liberare le riserve e distribuire dividendi, con una tassazione più bassa ma immediata.
Gli effetti stimati dell’operazione sarebbero:
- 1,6 miliardi di euro versati allo Stato con aliquota ridotta;
- 4,6 miliardi di euro di utili che tornerebbero nella disponibilità delle banche;
- 1,2 miliardi di euro di imposte aggiuntive sui dividendi;
- un gettito complessivo di circa 3,8 miliardi di euro.
Il risultato
Da un punto di vista contabile, si tratterebbe di un meccanismo di tassazione differita: le banche, che nel 2024 avevano scelto di non pagare l’imposta per rafforzare i patrimoni, sarebbero ora incentivate a versarla in forma ridotta, garantendo comunque un incasso certo allo Stato.
Per l’erario, l’operazione significherebbe ottenere un gettito superiore a quello originariamente previsto (2,8 miliardi contro 2,5), in tempi più rapidi e senza generare contenziosi con il sistema bancario.
Le critiche degli analisti
Storce il naso Piazza Affari di fronte alle ipotesi di tassazione delle banche. “Sebbene l’impatto assoluto sia limitato, la notizia è fastidiosa per il settore anche per via della sua natura retroattiva”, affermano gli analisti di Equita. Intermonte parla di “mosse scoraggianti” per il settore e definisce “abbastanza paradossale” colpire le riserve costituite con gli extra-profitti mentre Mediobanca mette in guardia da “una reazione negativa degli investitori a una tassa retroattiva”. Mentre il mercato dovrebbe digerire senza troppi patemi un ulteriore differimento delle Dta, secondo Mediobanca, “assisteremmo a una reazione negativa da parte degli investitori a un’imposta retroattiva, dato che l’accantonamento a riserve degli utili 2023 era stato consentito dall’imposta bancaria introdotta quell’anno”. Gli analisti di Piazzetta Cuccia ritengono l’impatto sulle banche quotate, stimato a livello aggregato in “circa 10-30 punti base” di capitale, “gestibile” ma con effetti che si faranno sentire “in modo più che proporzionale sul sentiment e sulle valutazioni”.
Enrico Foscarini, 14 ottobre 2025
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