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Economic freedom of the World (Fraser Institute)

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Tra due giorni uscirà il rapporto annuale sulla libertà economica elaborato dal Fraser Institute, su una metodologia realizzata dal premio Nobel, Milton Friedman. Nel 1995 Angelo Maria Petroni fece inserire il Centro Einaudi di Torino come partner di questo importante studio. Siamo sommersi da indicatori, da studi e da ricerche che hanno sempre una grande eco mediatica, sul presunto aumento delle disuguaglianze. Gli economisti liberali hanno sempre spiegato come il tema delle diseguaglianze sia relativo. Da Einaudi in giù, costoro giustamente sostengono che il tema fondamentale risiede nelle opportunità.

Con un corollario altrettanto fondamentale: il problema non è solo e non è tanto il livello delle disuguaglianze, quanto il livello della povertà. A nessuno di noi, immagino, piacerebbe vivere in uno stato con bassa disuguaglianza, ma altissima e comune povertà. Tutti noi preferiremmo vivere piuttosto in un sistema che ci dia la possibilità di crescere anche economicamente e in cui il livello dei cosiddetti poveri sia tale da garantire loro comunque una vista dignitosa. Il rapporto Fraser, che prende in considerazione 82 Paesi, di quest’anno si intitola: La libertà economica promuove la mobilità verso l’alto del reddito.

Il principio visti i risultati comparati dei diversi paesi analizzati nel rapporto è che «se tu sei povero e vivi in un paese con scarsa libertà di mercato e libertà economica personale sei davvero sfortunato rispetto a chi vive in economie più libere». Ed il motivo è semplice: «Nel primo caso avrai maggiori opportunità di fuggire dalla tua situazione di povertà». E questo ragionamento, sostengono Justin Calais e Vincent Geloso, «vale ancora di più prendendo in considerazione questi ultimi due anni di pandemia che ha ancora di più ridotto in tutto il mondo le opportunità economiche e sociali». Altro che neoliberismo e panzane di questo tipo: si continua a sostenere che il libero mercato promuova la diseguaglianza. «È falso» dice il rapporto Fraser. La vera questione si chiama: opportunità. La ricerca dimostra come «il reddito e la mobilità sociale siano decisamente superiori nelle nazioni liberali».

Concludiamo con i numeri del rapporto. Il reddito medio pro-capite nel quarto superiore dei paesi con maggiore libertà è di 50mila dollari l’anno (si parla sempre di valori aggiustati per l’effettivo loro potere di acquisto) contro seimila dollari dei paesi meno liberi. Inoltre il reddito del 10 per cento della popolazione più povera nel paesi liberi è di 14mila euro contro i 1600 dei più poveri nei paesi con governi illiberali e burocrazie corrotte. Occorre infine aggiungere, e ciò riguarda molto l’Italia, come per essere considerati un paese relativamente liberale è necessario soddisfare alcune variabili, ma due sono fondamentali: lo stato di diritto e una regolamentazione ragionevole.

E su questi due aspetti, quando ci riempiamo la bocca della nostra presunzione occidentale, converrebbe fare bene i conti. Spesso lo stato di diritto è usato da governi deboli e burocrazie corrotte, così come la regolamentazione può essere utilizzata, e spesso lo è, per ridurre gli spazi di libertà in uno stato di diritto. Quello di Fraser, non è solo un indice, ma molto di più.

Nicola Porro, Il Giornale 12 settembre 2021