Politiche green

Effetto serra: mito o realtà? Cosa dimostrò davvero un fisico oltre un secolo fa

Un semplice esperimento dimenticato solleva dubbi su una delle teorie più diffuse del nostro tempo

effetto serra Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Questa mia breve nota vuole dimostrare come le eccessive semplificazioni, utilizzate per veicolare messaggi in modo strumentale, possano distorcere a tal punto la realtà da causare tragedie globali. È la tecnica della mistificazione che fa sempre presa sul popolo ignorante. Intendiamoci, non ho nulla contro l’ignoranza. La conoscenza richiede tempo, fatica, denaro e una curiosità sempre vivace, e la maggior parte delle persone, compreso il sottoscritto, non sempre dispone delle risorse necessarie per mettere in discussione le cosiddette “verità scientifiche”.

L’esempio che qui illustro mi sembra calzante e dimostra come un semplice esperimento scientifico del 1909 smonti la narrativa dell’effetto serra, almeno come ci viene propinata. Dato che ciò che vado a illustrare è conosciuto e confermato a più riprese da più di un secolo, sorge il dubbio che la tanto decantata verità scientifica sia in realtà solo una narrativa opportunamente addomesticata, come già verificato in un precedente articolo1.

L’esperimento a cui mi riferisco è quello classico condotto dal fisico statunitense Robert W. Wood (o R.W. Wood) nel 1909. Wood, professore di fisica sperimentale alla Johns Hopkins University, pubblicò i risultati in una breve nota intitolata «Note on the Theory of the Greenhouse» sulla rivista The London, Edinburgh, and Dublin Philosophical Magazine and Journal of Science (Serie 6, Vol. 17, n. 98, pp. 319-320, 1909)2. Ecco la descrizione dettagliata dell’esperimento, basata sulle parole originali di Wood.

Wood dubitava che il riscaldamento nelle serre fosse dovuto principalmente al “trapping” (intrappolamento) della radiazione infrarossa (termica) da parte del vetro, come si credeva all’epoca. Pensava invece che il ruolo principale fosse la riduzione della convezione (cioè la dispersione del calore per correnti d’aria calda che salgono e vengono sostituite da aria fredda). Per verificarlo, costruì due scatole semplici di cartone nero opaco (dead black cardboard), isolate lateralmente e inferiormente con cotone per minimizzare altre perdite termiche. Su ciascuna applicò una lastra trasparente superiore di spessore uguale:

  • una lastra di vetro (opaco alle radiazioni termiche/infrarosse);
  • una lastra di sale roccioso (rock salt, cioè cristalli di cloruro di sodio, NaCl), che è trasparente praticamente a tutte le radiazioni termiche (infrarosse) emesse dal suolo riscaldato, oltre che a quelle solari.

 

Inserì un termometro in ciascuna scatola e le espose alla luce solare diretta. Risultati osservati:

  • entrambe le scatole si riscaldarono in modo simile: la temperatura salì gradualmente fino a circa 65 °C;
  • la scatola con il sale roccioso si riscaldava leggermente di più all’inizio perché lasciava passare anche alcune onde più lunghe del sole (che il vetro bloccava).

Per eliminare questa differenza, Wood filtrò la luce solare facendola passare prima attraverso una lastra di vetro: a quel punto, la differenza di temperatura tra le due scatole fu minima (meno di 1 °C), con un massimo di circa 55 °C in entrambe. Wood concluse: «Questo dimostra che la perdita di temperatura del suolo per radiazione è molto piccola rispetto alla perdita per convezione, ovvero che si guadagna molto poco dal fatto che la radiazione sia intrappolata. […] Una serra fatta di un materiale trasparente a onde di ogni possibile lunghezza mostrerebbe una temperatura quasi, se non del tutto, uguale a quella osservata in una serra di vetro.»

Per riassumere, i pannelli di sale roccioso sono trasparenti alle radiazioni termiche (IR), quindi non “intrappolano” il calore come si pensava facesse il vetro. Nonostante questo, il riscaldamento era sostanzialmente identico, perché la causa principale è la riduzione degli effetti convettivi (l’aria calda non può sfuggire e mescolarsi con l’esterno).

Questo esperimento è citato da oltre un secolo proprio per distinguere il funzionamento fisico di una serra reale (blocco della convezione + un po’ di effetto serra radiativo) dall’effetto serra atmosferico (che coinvolge gas che assorbono/irradiano IR senza bloccare la convezione allo stesso modo). Esistono anche repliche moderne (ad esempio di Nasif Nahle nel 2011 e altre).

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Le conclusioni del Prof. Wood, che era un vero scienziato, sono: «… È dunque necessario prestare molta attenzione alla radiazione intrappolata nel dedurre che la temperatura di un pianeta sia influenzata dalla sua atmosfera? I raggi solari penetrano nell’atmosfera, riscaldano il terreno che a sua volta riscalda l’atmosfera per contatto e per correnti convettive. Il calore ricevuto viene quindi immagazzinato nell’atmosfera, rimanendovi a causa della bassissima emissione di radiazione di un gas. Mi sembra molto dubbioso che l’atmosfera venga riscaldata in misura significativa assorbendo la radiazione dal terreno, anche nelle condizioni più favorevoli. Non pretendo di aver approfondito la questione e pubblico questa nota solo per richiamare l’attenzione sul fatto che la radiazione intrappolata sembra avere un ruolo molto marginale nei casi concreti a noi noti.»

Notare la differenza di stile con gli scienziati che pretendono di possedere la verità assoluta. Per concludere, quando sentiamo parlare qualcuno di “effetto serra” adesso sappiamo con chi abbiamo a che fare. Non abbiamo più scuse.

Carlo MacKay, 4 aprile 2026

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