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Carminati: “Era giusto che sparassero”. Quando chi fuggiva accettava un rischio

Una frase pronunciata anni dopo il ferimento al Gaggiolo racconta meglio di molti saggi il clima degli anni del terrorismo

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Leggendo in questi giorni di vicende risalenti agli anni del terrorismo, mi sono imbattuto in una frase singolare pronunciata da Massimo Carminati, rievocando l’episodio in cui, al valico del Gaggiolo, venne gravemente ferito dalla polizia e perse l’occhio sinistro.

Il fatto risale ai primi anni Ottanta. Carminati si trovava a bordo di un’auto diretta verso il confine svizzero. La Digos era appostata e l’intervento fu violentissimo: vennero esplosi numerosi colpi e Carminati fu raggiunto al volto. Sui successivi sviluppi giudiziari nei confronti degli agenti le ricostruzioni disponibili non sono del tutto chiare; si è parlato di un procedimento per eccesso colposo a carico degli agenti, poi definito per amnistia, ma non ho trovato dati certi.

Il punto è però che, anni dopo, parlando di quella vicenda, Carminati disse sostanzialmente di non essersi costituito parte civile contro i poliziotti perché, in quel tempo, riteneva giusto che la polizia sparasse contro chi si poneva fuori dalla legge.

La frase mi ha colpito perché restituisce il clima di un’epoca nella quale ancora chi delinqueva sapeva quale rischio si assumeva. Se fuggivi, se ti sottraevi a un controllo, se eri ricercato e tentavi di varcare un confine, mettevi in conto anche la reazione armata dello Stato. Era una possibilità concreta, non uno scandalo automatico.

Oggi la percezione sembra molto diversa. Ogni intervento di polizia viene spesso giudicato a posteriori, con il scivoloso criterio della proporzionalità, nato per impedire abusi ma che l’art. 53 c.p. in realtà non menziona e che diventa un vincolo paralizzante per chi è in servizio. Infatti, la strada non è un’aula universitaria. Chi interviene deve decidere in pochi secondi, davanti a persone che possono essere armate, in fuga, pericolose, imprevedibili. Non può essere lasciato solo tra il rischio fisico dell’azione e il rischio giudiziario della reazione.

Nessuno chiede uno Stato senza regole. Ma uno Stato che pretende dalle proprie forze dell’ordine di affrontare il pericolo reale con criteri pensati solo dopo, a mente fredda, finisce per disarmarle prima ancora che entrino in servizio.

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Allora quella frase, proprio perché proveniente da chi proveniva, ci rammenta che un tempo perfino chi stava dall’altra parte della legge sapeva che sfidare lo Stato comportava conseguenze e rischi sproporzionati. Oggi questa consapevolezza è stata sostituita dal criterio opposto e sembra che a dover giustificare ogni cosa sia sempre e soltanto chi rappresenta lo Stato. Così è troppo comodo fare oggi il delinquente in Italia. Occorre un urgente cambio di prospettiva giuridica prima che davvero nessuno voglia più fare il poliziotto, così come il calo dei partecipanti ai concorsi sembra chiaramente avvertirci.

Giorgio Carta, 1° giugno 2026

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