La magistratura indaga, acquisisce filmati, prepara l’autopsia e tenta di ricostruire ogni minuto dell’intervento. Il sindaco di Bologna Matteo Lepore, invece, ha già convocato la piazza. È questo il cortocircuito istituzionale che accompagna le indagini sulla morte di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne deceduto in via Svevo, al Pilastro, mentre veniva immobilizzato durante un intervento della polizia.
La Procura di Bologna, guidata da Paolo Guido, ha aperto un procedimento per chiarire le circostanze e le cause del decesso. I due poliziotti e i quattro operatori sanitari presenti sul posto sono stati iscritti nel nuovo registro modello 45 bis, previsto dalle recenti norme del decreto Sicurezza. Non risultano formalmente indagati: il registro è destinato alle annotazioni preliminari riguardanti persone alle quali viene attribuito un fatto di reato commesso in presenza di una possibile causa di giustificazione. Una procedura che, secondo quanto emerso, verrebbe applicata per la prima volta.
L’ipotesi sulla quale si procede è quella di omicidio colposo. Le indagini dovranno concludersi entro 120 giorni, anche se resta possibile il passaggio al registro ordinario degli indagati qualora emergessero elementi nuovi. Entro martedì sarà inoltre nominato il collegio incaricato di effettuare gli esami sulla salma: oltre al medico legale dovrebbero essere coinvolti un tossicologo e altri specialisti, probabilmente anche un cardiologo. Gli accertamenti non riguarderanno soltanto gli ultimi minuti diventati virali sui social. La Procura ha precisato che le verifiche “terranno conto dell’intero sviluppo dei fatti (di più ampia estensione temporale rispetto al video sino ad ora diffuso in rete, pure acquisito da quest’ufficio) e dell’intervento degli operatori sia delle forze dell’ordine sia del personale sanitario”.
Sul corpo di Fakir sarebbero state riscontrate alcune ferite che, secondo le prime testimonianze, potrebbero essere precedenti alla fase di contenimento. È anche questo uno dei punti che gli investigatori dovranno chiarire. Prima dell’arrivo della polizia, il quarantaduenne avrebbe dato in escandescenze, scagliandosi contro la serranda di un garage, contro un’automobile e contro il conducente che stava entrando nel vialetto. I residenti avrebbero quindi richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Resta da stabilire se l’uomo fosse sotto l’effetto di sostanze, se stesse attraversando una crisi psichica e quale sia stata la causa effettiva della morte.
La nota della Procura non lascia spazio alle scorciatoie: “Saranno svolte tutte le necessarie indagini con le dovute garanzie di legge, a partire dagli accertamenti di natura medico-legale, allo scopo di pervenire in tempi rapidi (e previsti dalla normativa di recente entrata in vigore) alla completa ed esaustiva ricostruzione dei fatti”. È esattamente ciò che dovrebbe chiedere un rappresentante delle istituzioni: accertamenti rapidi, trasparenti e completi. Senza processi sommari, senza sentenze pronunciate attraverso pochi minuti di video e, soprattutto, senza trasformare una tragedia ancora tutta da ricostruire in un tribunale di piazza.
Lepore ha invece invitato i cittadini a radunarsi in piazza Nettuno alle 19, “per stare uniti e ritrovarci, per essere vicini alla comunità del Pilastro in un momento così doloroso. Ritroviamoci per chiedere verità e giustizia sulla morte di Abderrahim Fakir, per un momento di raccoglimento e riflessione, per affrontare uniti questa tragedia come Bologna sa fare”. Parole apparentemente prudenti, ma inserite in un contesto nel quale erano già partiti slogan contro la polizia, accuse di “omicidio di Stato” e paragoni con la morte di George Floyd. Chiamare la città in piazza proprio in queste ore non è dunque una scelta neutrale. È una decisione politica che rischia di indicare implicitamente un colpevole prima ancora che siano arrivati i risultati dell’autopsia. È il sindaco che scende in piazza mentre gli investigatori stanno ancora raccogliendo testimonianze e visionando le bodycam.
Lepore ha provato a rivestire la manifestazione con l’abito dello Stato di diritto. “Bologna è una città che crede nello Stato di diritto“, ha dichiarato. Poi ha aggiunto: “Oggi andiamo in piazza perché pensiamo che, in questo Paese, oltre al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, qualcuno debba chiedere alle istituzioni di fare la propria parte. I cittadini si aspettano che le istituzioni siano al loro fianco, così come le vittime e chi sta conducendo le indagini, che devono poter accertare con chiarezza cosa è successo. È un dovere che abbiamo anche nei confronti dei familiari della vittima: dobbiamo dare loro quella speranza che oggi non riescono più a vedere, perché sono sconvolti e, giustamente, anche arrabbiati”.
Ma il sindaco non è un osservatore esterno che deve richiamare genericamente “le istituzioni”. Il sindaco è un’istituzione. Il suo compito dovrebbe essere quello di mantenere unita la città, tutelare la comunità colpita e, nello stesso tempo, evitare che due agenti intervenuti dopo una chiamata dei cittadini vengano consegnati alla piazza come responsabili già individuati. Chiedere verità è doveroso. Convocare una manifestazione mentre la tensione monta e la polizia è già sul banco degli imputati mediatico significa fare tutt’altro.
Il primo cittadino ha poi allargato il discorso alle condizioni nelle quali operano gli agenti: “Detto questo, credo sia necessaria una seria riflessione. Se nei nostri quartieri e nelle nostre città l’unica risposta che lo Stato è in grado di dare è l’intervento della polizia, lasciando peraltro spesso sole le forze dell’ordine, significa che c’è un problema. In contesti sociali complessi, di fronte alle dipendenze e alle questioni legate alla salute mentale, non basta il solo intervento di polizia. Pensare che lo Stato possa risolvere tutto in questo modo significa che la politica sta abdicando alle proprie responsabilità. Servono investimenti su tutto ciò che va oltre l’azione delle forze dell’ordine, a partire anche dalla loro formazione e dal loro addestramento. Dobbiamo chiederci se gli agenti che intervengono ogni giorno nei nostri quartieri non si sentano oggi abbandonati dalla politica. È una riflessione importante”.
La chiamata di Lepore non è passata inosservata. “Di fronte a una vicenda così delicata vanno evitati i processi sommari e la gogna social: bisogna attendere che l’autorità giudiziaria ricostruisca i fatti accaduti a Bologna con rigore scientifico”, la posizione di Domenico Pianese. Il segretario generale del sindacato di polizia Coisp ha sottolineato che “la dinamica di quei minuti e i video parziali che circolano in rete, mostrano solo la fine dell’intervento, senza dire nulla su cosa sia accaduto prima né sulle ragioni operative che hanno portato gli agenti ad adottare determinate tecniche di contenimento, durante le quali uno dei poliziotti ha riportato lesioni a seguito dell’aggressione dell’uomo”. Allo stesso modo, ha proseguito Pianese, “attendiamo l’esito degli esami tossicologici: l’accertamento di un eventuale stato di alterazione del soggetto, dovuto a stupefacenti, è un elemento chiave che va valutato senza ipocrisie o conclusioni affrettate. Le bodycam dei poliziotti saranno fondamentali: lì c’è la verità oggettiva e non quella manipolata del web. Siamo certi che la trasparenza delle immagini farà chiarezza sull’intervento dei poliziotti che non possono essere linciati mediaticamente”.
Il segretario generale del Sap Stefano Paoloni ha definito “molto preoccupante è la scelta del Sindaco di Bologna, Matteo Lepore, di prendere immediatamente le distanze dall’operato dei colleghi senza attendere gli accertamenti e le verifiche necessarie al fine di definire la dinamica. È molto pericoloso quando le Istituzioni abbandonano gli operatori delle forze dell’ordine poiché ne va della sicurezza del territorio e degli operatori stessi”. La scelta della piazza, ha proseguito, “di cui il Sindaco se ne dovrà assumere la responsabilità, è una presa di posizione politica molto forte e di critica nei riguardi dell’apparato della pubblica sicurezza e della magistratura, nei confronti dei quali non mostra di avere alcuna fiducia”.
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Nel frattempo, l’avvocato Barbara Spinelli, che assisteva Fakir in una procedura per la riconferma del permesso di soggiorno, ha ricordato così il suo cliente: “Era una persona estremamente gentile, educata, rispettosa. Un lavoratore che si preoccupava della sua azienda e dei suoi dipendenti. È l’ultimo dei miei assistiti per cui avrei immaginato una fine del genere”. La legale lo aveva conosciuto alla fine dello scorso anno: “Aveva un’attività lavorativa, dei dipendenti e parlava come il buon padre di famiglia, anche se non aveva figli. Era preoccupato per il futuro della sua azienda e per le persone che lavoravano con lui”. Fakir, ha spiegato, temeva che il nuovo Patto europeo sulla migrazione potesse mettere a rischio la sua permanenza in Italia: “Aveva una paura immotivata di essere mandato via dall’Italia. Io cercavo di rassicurarlo: gli dicevo che era l’ultima persona che avrebbe dovuto avere paura, perché aveva tutti i documenti in regola”.
Il dolore della famiglia merita rispetto e risposte. Anche gli agenti, però, hanno diritto a non essere condannati sulla base di un filmato parziale prima che la magistratura abbia ricostruito l’intera sequenza. La Procura sta facendo il proprio lavoro. La politica dovrebbe lasciarglielo fare. Lepore ha scelto invece la scorciatoia della mobilitazione, con il rischio di schierare il Comune contro la divisa e di incendiare una vicenda che avrebbe bisogno, prima di tutto, di prudenza.
Massimo Balsamo, 20 luglio 2026
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