Cronaca

Famiglia nel Bosco, la tutrice getta la maschera

La rigidità di natura formalistica in una situazione così delicata sta compromettendo il futuro di tre piccole anime innocenti

famiglia del bosco (5)
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Giovedì scorso, durante la Vita in diretta, condotta su Rai1 da Alberto Matano, si è parlato del caso infinito della cosiddetta famiglia nel bosco, che per molti di noi è stata proiettata a forza in un inferno burocratico-giudiziario allucinante. A dibattere sul caso, oltre alla evidente compiacenza istituzionale espressa dal conduttore, c’erano Roberta Bruzzone e Alba Parietti, sulle cui esternazioni circa le presunte magagne della stessa famiglia, con in testa la madre dei tre disgraziati bambini, e la sostanziale correttezza della mano pesante di chi rappresenta lo Stato, mi permetto di calare un velo pietoso.

Ciò che invece ha colpito l’attenzione di scrive, in linea con quanto hanno riportato alcuni organi di stampa, sono state alcune dichiarazioni che l’attuale tutrice nominata dal Tribunale dei minori dell’Aquila ha reso ad una inviata della Rai. Dichiarazioni a mio avviso piuttosto pesanti e che, per questo, dovrebbero farci riflettere circa l’atteggiamento con cui le autorità competenti hanno adottato l’estrema decisione di rinchiudere gli stessi bambini dentro una casa famiglia.

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Molto in breve, la Palladino ad un certo punto, quasi spazientita dalle domande della giornalista, ha tagliato corto sostenendo che se “la madre rifiuta tutto, che dobbiamo fare?”. “Lei è molto rigida”, ha anche tenuto a sottolineare la tutrice. Tuttavia, sia da ciò che hanno dichiarato gli attuali legali della coppia Trevillion-Birmingham, i quali hanno recisamente smentito questa tesi, e sia da quanto si sta da tempo spiegando in molte occasioni televisive il sindaco di Palmoli, cioè che i genitori hanno accettato di venire incontro a quanto richiesto dal Tribunale, le trancianti esternazioni della Palladino non sembrano trovare molti riscontri, se non all’interno di un sistema burocratico-giudiziario che troppe volte si è dimostrato, e non solo in questo particolare settore, decisamente autoreferenziale.

D’altro canto, la stessa tutrice si è poi lasciata sfuggire una frase che qualcuno potrebbe considerare in contrasto con le sue osservazioni: “Da quando lei ha cambiato il legale, non parlo più con la madre. Parlo con gli avvocati”. Dunque, dato che gli avvocati in questione hanno più volte dichiarato che i genitori, nell’interesse dei bambini, sono disposti a scendere a patti con le autorità, la domanda che ci poniamo è la seguente: ma da che parte sta l’estrema rigidità in questa drammatica vicenda di ordinaria follia burocratico-giudiziaria, in cui pare che la famiglia anglo-australiana sia vittima di un grave pregiudizio?

Una rigidità di natura formalistica che, in una situazione così delicata sta compromettendo il futuro di tre piccole anime innocenti e che è stato chiaramente definito da una frase lapidaria della tutrice – una frase che personalmente considero agghiacciante -: “Sull’educazione dei bambini decide la struttura in base alle regole che hanno sempre avuto”.

Esattamente ciò che accade in tutti quei “magnifici” luoghi in cui lo Stato, qualche volta sulla base di elementi dubbi, rinchiude alcuni soggetti che si ritiene rappresentino un rischio per sé e per gli altri. Vi sembra questo il caso?

Claudio Romiti, 10 gennaio 2026

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