La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”, finita sotto la lente del tribunale dei minori dell’Aquila, continua a far discutere. Dopo la decisione di separare la madre Catherine Birminghan dai figli e trasferirli in un’altra struttura protetta, mentre il padre Nathan Trevallion resta di fatto ai margini della vicenda, tra gli esperti cresce la preoccupazione per le conseguenze che una scelta del genere potrebbe avere sullo sviluppo dei bambini.
Tra le voci più critiche c’è quella di Massimo Ammanniti, neuropsichiatra infantile e professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. Il suo giudizio è netto: «Io sono incredulo. La storia della famiglia nel bosco è iniziata male e rischia di finire ancor peggio», ha detto in una intervista al Corriere. Secondo lo studioso, la decisione di spezzare il nucleo familiare – l’errore che considera più grave – rischia di produrre effetti profondi sui minori. «Sicuramente questa decisione avrà implicazioni serie», spiega. «Si parla di separazione della madre dai figli e di un padre che rimane ai margini dello scenario. Ma questi bambini finora hanno sempre vissuto con loro e avevano una vita sociale poco sviluppata. Questo significa che il legame con i genitori era ancora più forte del normale».
Proprio questa condizione, sottolinea Ammanniti, dovrebbe spingere alla massima prudenza: «Se già normalmente si crea un legame intenso con i genitori, nel loro caso questo legame è sostanziale, unico. Non avendo altri adulti di riferimento, erano i genitori a garantire sicurezza, cura e protezione». Per questo motivo il professore fatica a comprendere la scelta adottata dalle autorità. «Non me lo spiego», ammette. «Una decisione come questa si prende in situazioni estreme, quando il pericolo di maltrattamenti è concreto ed elevato».
Ammanniti distingue chiaramente tra casi molto diversi tra loro: «Ci sono situazioni in cui un genitore perde la pazienza ed esagera, ma deve solo imparare a controllare i propri impulsi. E altre in cui invece la persona è disturbata e attua maltrattamenti pesanti. Ma francamente non mi sembra questo il caso». Secondo quanto emerso, infatti, la madre sarebbe stata descritta come una persona ansiosa e molto protettiva. «È emerso che fosse iperprotettiva, niente di più grave», osserva lo psichiatra. «E non deve essere stato facile per lei trovarsi per un lungo periodo in una struttura in cui non poteva esercitare la sua funzione genitoriale. Una situazione del genere può generare rabbia e frustrazione».
Al centro della vicenda c’è anche lo stile di vita scelto dalla famiglia, lontano dalle consuetudini sociali più diffuse. Una scelta che Ammanniti invita a valutare con cautela. «Non riesco davvero a capire cosa venga rimproverato a questa famiglia», afferma. «Oggi ci sono genitori che tengono i figli davanti ai tablet o ai videogiochi per interi pomeriggi, oppure per poter mangiare tranquilli al ristorante. Eppure nessuno li considera inidonei». Al contrario, osserva, «chi decide di far crescere i figli nella natura, a contatto con gli animali, viene considerato non adatto alla funzione genitoriale». Certo, ammette, non mancavano criticità: «È vero che la socializzazione con altri coetanei era limitata e che alcune scelte non erano pienamente in linea con le prescrizioni del Paese in cui vivevano. Ma i genitori erano presenti e si occupavano dei loro bambini».
Tra i punti più controversi c’è anche la mancata scolarizzazione dei figli. Una decisione che probabilmente ha pesato nelle valutazioni delle autorità. «Ha influito molto», riconosce Ammanniti. «Ma non è forse vero che molte famiglie rom non mandano i figli a scuola?». Il rischio, secondo lo studioso, è che la vicenda apra un terreno scivoloso nel rapporto tra Stato e famiglia: «A mio avviso tutto questo pone le basi per una forte interferenza tra Stato e genitori». Per Ammanniti la strada da seguire avrebbe potuto essere diversa. «Non mi spiego perché non si sia deciso di mantenere unito il nucleo familiare», osserva. «Si poteva dare loro una casa, sostenerli economicamente, affiancarli con professionisti che li aiutassero nel percorso educativo».
Dietro la gestione del caso, lo psichiatra intravede qualcosa che non torna del tutto. «Secondo me c’è qualcosa sotto, ma non riesco a capire di cosa si tratti», ammette. «La famiglia nel bosco è stata messa su una strada imprevedibile: hanno dei limiti, certo, ma non andavano divisi. Semmai andavano aiutati». C’è poi anche una questione di costi e di modello di intervento. «In termini economici quanto pagheremo tutto questo?», si chiede Ammanniti. «I soldi spesi per le strutture che li hanno ospitati e li ospiteranno ancora non potevano essere trasformati in aiuti diretti alla famiglia?».
Ma il punto più delicato resta quello umano. «Non sono pacchi», sottolinea con forza. «Sono persone con emozioni che vanno rispettate. Questi bambini vogliono bene ai loro genitori, che li hanno cresciuti finora». Il momento della separazione, racconta, sarebbe stato drammatico: «Pare che si siano disperati, piangessero e urlassero. Come è possibile ignorare una reazione simile?». Per Ammanniti, tuttavia, non è ancora troppo tardi per cambiare strada. «Secondo me sì, si può ancora tornare indietro», conclude. «Chi prende i provvedimenti è in tempo per rendersi conto che non è questa la via giusta. Si può ricomporre il nucleo familiare, sostenere questi genitori e accompagnare i bambini verso la scuola con un supporto adeguato». La sua speranza è che prevalga una strategia diversa: «Credo che si possa ancora evitare il fallimento. Ma bisogna agire con coerenza, perché quanto sta accadendo oggi è qualcosa che mi indigna profondamente».
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


