Cronaca

Fisco, così lo Stato ci fa pagare anche il tempo

Tra moduli e scadenze, il tempo di chi lavora finisce in burocrazia per colpa della piovra pubblica

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C’è un’Italia che lavora e produce e che, ogni giorno, deve fare i conti non solo con il mercato, i clienti e i costi, ma anche con una burocrazia sempre più invasiva. Piccole imprese, artigiani, commercianti, professionisti e lavoratori autonomi sono costretti a districarsi tra decine di scadenze, dichiarazioni, comunicazioni e adempimenti fiscali e amministrativi. Spesso gli stessi dati vengono trasmessi più volte, a enti diversi o attraverso procedure differenti.

È la babele delle scadenze tributarie: un sistema complicato che costa tempo, denaro e risorse e che finisce per sottrarre energie a chi dovrebbe pensare soprattutto a lavorare, investire e creare occupazione. La burocrazia che si alimenta da sola. La digitalizzazione avrebbe dovuto semplificare questo meccanismo. Invece, troppo spesso, ha semplicemente trasformato la carta in un adempimento telematico.

Lo Stato dispone oggi di una quantità enorme di informazioni sulle imprese e sui cittadini. Fatture elettroniche, corrispettivi, versamenti, certificazioni e dichiarazioni alimentano continuamente le banche dati pubbliche. Eppure continuiamo a essere chiamati a comunicare informazioni che l’amministrazione, almeno in parte, già possiede.

Il principio dovrebbe essere l’opposto: se lo Stato ha già un dato, non deve chiederlo nuovamente al contribuente. Il paradosso dei risultati fiscali C’è poi un aspetto di cui si parla troppo poco. L’Agenzia delle Entrate può certamente rivendicare i risultati ottenuti nel recupero dell’evasione. Ma quei risultati sono possibili anche grazie all’enorme patrimonio di informazioni che imprese e professionisti sono obbligati quotidianamente a fornire. La macchina del controllo fiscale funziona perché milioni di contribuenti alimentano continuamente le banche dati dello Stato.

Questo non è un problema in sé: è giusto che il fisco disponga degli strumenti necessari per combattere l’evasione. Il problema nasce quando, dopo aver fornito quei dati, il contribuente è costretto a ripresentarli sotto altre forme, attraverso altri adempimenti e altre scadenze. Meno burocrazia, più efficienza.

Tutto questo ha anche un costo per lo Stato. Per gestire una burocrazia complessa servono uffici, controlli, procedure e personale. Risorse pubbliche che potrebbero essere utilizzate in modo più efficace proprio se si riducesse il numero degli adempimenti inutili e si sfruttassero davvero le informazioni già disponibili. Semplificare non significa avere meno Stato. Significa avere uno Stato più efficiente, capace di concentrare le proprie risorse sui controlli realmente necessari e sui servizi ai cittadini.

La ricetta non è complicata: meno scadenze, meno modelli, meno duplicazioni. E un principio inderogabile: una volta comunicato un dato, quel dato non deve essere richiesto nuovamente. Perché il piccolo imprenditore non è un ufficio pubblico, il professionista non è un funzionario dello Stato e il lavoratore autonomo non può trascorrere metà del proprio tempo a inseguire scadenze.

Le tasse vanno pagate, naturalmente. Ma forse è arrivato il momento di chiedersi perché, oltre a pagarle, dobbiamo anche sostenere il costo di dimostrare, decine di volte, di averle già pagate. La vera riforma fiscale, prima ancora di essere una questione di aliquote, dovrebbe partire da qui: cancellare la burocrazia che non serve.

Massimo Micheli, 28 agosto 2026

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