Politica

Flotilla, Schlein: “Israele attacca”. Ma il suo deputato a bordo la smentisce

Il Pd si contraddice da solo sulla Flotilla: Scotto chiede indagini, lei è convinta. E i dem vanno in confusione

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C’è un’abitudine tossica, tutta italiana, che ormai conosciamo bene: quella di trasformare ogni fatto in un’occasione per accusare Israele, anche quando le informazioni non sono ancora chiare, anche quando i diretti interessati parlano di tutt’altro. L’ultimo episodio? L’attacco alla Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria diretta a Gaza con a bordo attivisti, operatori civili e — manco a dirlo — parlamentari italiani del Partito Democratico.

Tra questi c’è Arturo Scotto, deputato Pd, che questa mattina ha raccontato a Rtl 102.5 un episodio avvenuto nella notte, in acque internazionali, all’altezza di Creta: droni, bombe sonore, gas urticanti, interferenze radio. Una scena quasi da film, con un’aggressione in piena regola a undici imbarcazioni. “Stanotte ci sono venuti a trovare con intenzioni meno pacifiche”, ha raccontato. “Hanno lanciato bombe sonore, i cosiddetti flash-bang. C’è stato anche qualche gas urticante e, allo stesso tempo, delle interferenze alle comunicazioni. Non ce lo aspettavamo. Questo è un chiaro avvertimento, ma continueremo”.

Una denuncia seria, forte, netta. Ma attenzione: Scotto, a differenza di chi lo circonda, non punta subito il dito contro Israele. Anzi, lo dice chiaro e tondo: “Non sono droni che partono da Israele”. Una frase che in altri tempi sarebbe sembrata una banalità — perché ovviamente, in casi come questi, la priorità è chiarire la dinamica, non sparare sentenze. Ma che oggi, in un clima politico dove ogni fatto viene piegato alla narrativa ideologica, suona quasi come un’eresia.

Sì, perché mentre Scotto parla di prudenza e invita i governi ad accertare i fatti, dalla segreteria del suo stesso partito parte un attacco frontale, diretto, rabbioso. Elly Schlein non aspetta nemmeno un verbale ufficiale. Non servono prove, né verifiche. Bastano i droni, le bombe sonore e qualche chilometro d’acqua salata per tirare fuori il solito nemico. “È un attacco deliberato al nostro Paese da parte del governo israeliano”, tuona senza esitazioni. E giù la solita invettiva contro Meloni, che “non può tacere”, che “non ha fatto abbastanza”, che “deve garantire la sicurezza degli italiani”.

Tutto già scritto, già pronto, già confezionato. Il colpevole? Sempre quello: Israele. Israele che, per inciso, da mesi combatte un’organizzazione terroristica — Hamas — che usa ospedali come scudi umani e scuole come depositi di armi. Ma guai a dirlo: nel racconto progressista, chi lancia i missili da Gaza è un resistente. E chi li neutralizza da Israele è un oppressore. Il paradosso è servito su un piatto d’argento. Mentre un parlamentare Pd a bordo della Flotilla parla con cautela, chiede risposte, si appella ai governi per capire da dove arrivano i droni, la sua segretaria gli smentisce pubblicamente ogni parola, trasformando una notte di tensione in un’accusa internazionale.

E allora la domanda è semplice: chi strumentalizza chi? Perché a questo punto il sospetto non è più soltanto che si cavalchi ogni crisi per fare opposizione a Meloni — cosa fin troppo ovvia — ma che si usi scientificamente la questione israelo-palestinese per rinforzare vecchi cliché, fare propaganda da salotto e portare a casa qualche punto nei sondaggi tra i soliti militanti antioccidentali. E pazienza se il deputato del tuo stesso partito ti dice che “non sono droni israeliani”. Pazienza se chiede un’indagine, un approfondimento, un po’ di verità. La linea è già tracciata. Israele è colpevole. Sempre. Anche quando potrebbe non c’entrare niente.

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Nel frattempo, mentre la sinistra italiana gioca a fare la diplomazia in kayak, restano due fatti solidi. Primo: nessuno sa ancora chi abbia lanciato quei droni. Secondo: chi ha deciso di trasformare l’ennesimo episodio poco chiaro in un’accusa urlata contro Israele, lo ha fatto consapevolmente. E, di fatto, ha smentito l’unica voce Pd che — questa volta — chiedeva di non correre a puntare il dito. Un semplice caso di incoerenza? Macché. È la solita vecchia storia: quando serve un colpevole, Israele fa sempre comodo. Anche a costo di far fare la figura del fesso ai propri parlamentari.

Anche perché i droni non sono un’esclusiva di Israele, ma sono delle armi ideali per inscenare delle provocazioni e per confondere le acque. Il motivo è semplice: la firma è spesso illeggibile. Chi li manovra può nascondersi e mimetizzarsi e ci sono ampi margini per fare ricadere la colpa su altri. Soprattutto in contesti di conflitto o tensione geopolitica, non sempre permettono un’immediata identificazione della loro origine. Le tecnologie utilizzate per pilotarli possono infatti essere schermate o mascherate.

E questo tipo di incertezza offre, a chi subisce l’azione, la possibilità di modulare la risposta diplomatica: decidere se e quando attribuire ufficialmente una responsabilità, valutando opportunità politiche, quadro internazionale e solidità delle prove raccolte. Un meccanismo analogo si è già osservato in passato. Ad esempio, nel corso del confronto navale tra Iran e Israele, diversi attacchi a petroliere nell’Oceano Indiano sono rimasti a lungo senza un’accusa formale univoca. Negli Stati Uniti, invece, numerosi avvistamenti di droni nei pressi di infrastrutture militari nell’area occidentale del Paese hanno riacceso l’attenzione su presunte attività di sorveglianza legate alla Cina.

Franco Lodige, 24 settembre 2025

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