Cronaca

Garlasco, abbiamo un ragionevole dubbio. Sui giudici

Lo show mediatico, ben foraggiato dalle notizie che escono dalla procura, ha già disegnato un nuovo colpevole. Ma per assolvere Stasi non dobbiamo trasformare Sempio in un mostro prima del processo

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È stato Andrea Sempio. È stato lui, è stato lui. Non vedi che faccia che ha. Non vedi com’è ambiguo. Eh, quello ce l’ha in faccia il rimorso. Doppio, ha ammazzato l’una e incastrato l’altro. Lui e tutti gli altri. Ci stanno dentro fin sopra i capelli. Quelle due. Col padre avvocato e massone. Si sa come vanno le cose in Italia. Ma è stato quello, io te lo dico. Il povero Alberto non c’entra niente, io l’ho sempre pensato.

Peccato che lo dicano adesso. Peccato che per 17 lunghi anni tutti a sostenere che Alberto Stasi “con gli occhi da assassino”, come dicevano, fosse il colpevole, e chi se ne fotte del principio “in dubio pro reo” che oggi tutti sbandierano, però scrivendo “in dubbio”, alla latinorum: a stonare c’era rimasto solo Vittorio Feltri, che Stasi lo ha conosciuto bene e quasi “adottato”. Vittorio ha una sua anima nobile da salvatore donchischiottesco, anche se non vuole che si sappia perché gli rovina la fama di carogna. Tanto per dire quanto possa impattare la cronaca giudiziaria sulla realtà dei fatti e, di sponda, sulla realtà giudiziaria. Se poi la cronaca giudiziaria diventa gossip, diventa Barnum, è la fine, è la catastrofe irreversibile.

Infatti per Stasi la vita si è fermata e adesso si sta fermando per Sempio. Uno dei due, almeno, lo merita. O no? È stato lui, è stato Sempio. Ma se il circo scatenato in queste settimane avesse virato sulle fumettistiche gemelle K, prima puntate poi subito messe da parte, tutti starebbero ripetendo come in una giaculatoria: sono state loro, sono loro, non vedi che facce da influencer che hanno, sono cattive, perverse, sono sataniste, sono loro le assassine, loro ad avere incastrato il povero Alberto. E se il cronista non partecipa alla danza macabra, se la pigliano con lui perché un colpevole “certo” ci deve pur essere, perché il gioco funziona così e chi non gioca è un bastardo. Ma se hai praticato la giudiziaria hai una prospettiva differente, cioè dell’assassino, il vero assassino, ti importa, è naturale, però fino a un certo punto, il tuo approccio è più analitico, mette insieme le dinamiche, il comportamento di investigatori ed inquirenti.

Ed è questa la cosa che più agghiaccia. È il divario, l’abisso tra quelli di prima e quelli di adesso. Ed è il fatto che nessuno si azzardi a dire l’unica cosa che va detta: o erano incompetenti e peggio quelli di allora, che hanno distrutto la vita di un giovane fidanzato, seppellito vivo con l’accusa più ignobile, hanno trascurato prove e indizi, li hanno occultati, hanno voluto chiudere alla svelta, in modo eclatante; o sono sciagurati questi altri che per chissà quale pettegolezzo o ripicca o aggancio dopo quasi vent’anni tiran fuori da galera un killer freddo e duro, “dagli occhi di ghiaccio”, e rovinano la vita a un commesso, uno che non c’entra, e brancolano e mettono tutto insieme nella sagra della tecnologia televisiva, le manate sul muro, il dna da contatto o sotto le unghie di una morta 18 anni prima, gli scontrini dell’autostrada, quelli del bar, le ditate sui mouse dei computer, i sospetti di satanismo, in un casino che la metà basta. Voilà, questo è tutto ciò che sconcerta, se non vi dispiace, in questa storia, questa fiction chiamata Garlasco che è tratta da una storia vera, una tragedia vera, ma è degradata in finzione, in racconto.

I lettori tifosi s’incazzano se non prendi posizione: “Ma tu dove vai a parare? Che pretendi tu? Che il povero Alberto la faccia franca? Che il povero Andrea ci resti in mezzo?”. Divisi, artatamente scissi come sui vaccini o sulla Palestina. E non calcolano, nemmeno lontanamente sospettano, questi lettori che la sanno lunga, che il tremendo scoop del tg uno, la mano dell’assassino sul muro col sangue della vittima, qualcosa di spettacolare, di narrativamente perfetto, da giallo criminale, non è per niente uno scoop, sono, con ogni probabilità, gli inquirenti che l’hanno passato al principale canale mediatico nazionale per servirsene, per corroborare la propria ipotesi e poter procedere in scioltezza con le indagini.

Proprio perché di fronte ad una contraddizione strategica e temporale, così drammatica c’è bisogno di di un elemento decisivo, dalla potenza immaginifica devastante, da trasformare in prova eclatante per la pubblica opinione che gioca al detective e crede di sapere tutto perché “io me le sento le cose, io anche da bambino capivo sempre chi era l’assassino al cinema”. Questo è un passaggio significativo quanto preoccupante: le indagini su omicidi controversi si dilatano e si disperdono, diventano immaginarie, dipendono da ricercatori i quali sentono di dipendere, non prendiamoci in giro, dalla reazione della massa: quanto possono, allora, essere genuine, ragionevolmente serene?

Queste indagini 4.0 sono la logica involuzione della madre di tutte le vergogne giudiziarie, il caso Tortora (anche allora Vittorio Feltri fu tra i pochissimi a contestare la colpevolezza del presentatore, “giudicato” infame a furor di popolo). Quarant’anni dopo, le meccaniche sono le stesse, solo potenziate in modo spaventoso dai progressi di una tecnologica feticistica che trascura l’intuito per delegare tutto alle analisi in una danza di tute immacolate, da catastrofe nucleare. Anche per Tortora si diceva, già si diceva che i sofisticatissimi strumenti in dotazione lo riconducevano ad una colpevolezza più che incontestabile, una colpevolezza evidente, palese: non era vero un cazzo, e lui ne morì, da innocente – “dove eravamo rimasti?” – ma già cadavere che presentava il suo Portobello.

Tanto per dire che sì, Sempio il nuovo carnefice è lui, senz’altro, certo, certissimo anzi probabile – lo andassero a dire non a noi, però, ma ai genitori Poggi, però, affezionati ad antiche e confortanti certezze. Di sicuro, se l’istinto della cronaca non ci inganna, Sempio sarà colpevole per la giustizia dei tribunali, perché a questo punto pare difficile per l’ex amico, non troppo amico, evitare un processo e una condanna anche se il fratello di Chiara a giorni alterni lo ritiene innocente come l’acqua.

Ma il punto, per chi scrive, non è affatto questo. Il punto è un grumo di domande che nessuno si permette: prima di tutto, chi è che ha spifferato cosa, e a chi, e perché dopo tutto questo infinito tempo? Dobbiamo chiamare il Gabibbo o Fabrizio Corona per farcelo spiegare? Inoltre: come ha fatto, e perché, un pool di investigatori ed inquirenti diciotto anni fa a considerare non rilevante una traccia, insieme ad un mare di indizi, che oggi viceversa si spaccia come decisiva e definitiva? Ecco: mettetevi voi nei panni di Stasi, di Chiara, di Sempio, di Rosa e Olindo, di Bassetti il muratore, di quelle due di Avetrana, la cugina Sabry e zia Mimina, mettetevi nei panni di chi volete, e ditemi se vivete tranquilli. Provateci, invece di mettervi nei panni di Sherlock Holmes. Si può ancora dire? Oppure non è importante, sono solo divagazioni quelle nostre, siccome vediamo in controluce il gioco del “fatti anche tu il tuo colpevole”?

Mentre scrivo queste note scopro che ancora il Tg Rai, il due questa volta, ha appena mostrato la graphic novel di Garlasco, Chiara stesa in una pozza di sangue e sorelle satanike e lugubri mani insanguinate sui muri dappertutto. Vi piace così, vi intriga così? Comunque compratela, vi sentirete più sagaci, più infallibili. Come Poirot, e Dio solo sa se avete bisogno di muoverle quelle “celluline grigie” anche voi.

Max Del Papa, 21 maggio 2025

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