Nonostante le ultime e clamorose scoperte relative alla prima indagine sul caso di Garlasco, che farebbero fortemente sospettare che qualcuno con la divisa abbia cercato di orientare il giudizio contro Alberto Stasi, nessuno dei colpevolisti più conosciuti della prima ora, che ancora oggi frequentano quotidianamente i salotti televisivi, ha finora espresso un minimo dubbio circa la sentenza di condanna passata in giudicato. Al massimo qualcuno di questi fenomeni, ad esempio nel merito di tutte le gravi omissioni che avrebbero commesso i Ris di Parma comandati all’epoca da Luciano Garofano, ammette che qualcosa non sia stato fatto rispettando la legge, ma comunque tutto ciò non sposterebbe di una virgola l’impianto “granitico” che ha condotto in carcere il fidanzato della povera Chiara Poggi.
Questo punto di vista è stato ribadito papale papale da due giornalisti che si sono occupati del caso durante l’ultima puntata di Ore14 sera, in onda su Rai2: Vittoriana Abate e Massimo Lugli. Entrambi, in estrema sintesi, hanno sostenuto che questi elementi portati in luce dalla coraggiosa Procura diretta dal dottor Napoleone non sono assolutamente sufficienti per revisionare la condanna di Alberto Stasi. Una posizione che, ripeto, è la stessa che molti altri loro colleghi, la cui deontologia teoricamente dovrebbe spingerli sempre a coltivare il dubbio, mantengono anche in questa fase così sconcertante della nuova inchiesta.
Ora, se da un lato non possiamo negare che nei vari teatrini televisivi qualcuno deve pur interpretare la parte del colpevolista (parte che se abbandonasse metterebbe in forse la sua relativa partecipazione), nondimeno dovrebbe sempre arrivare il momento nel quale la propria onestà intellettuale, ammesso e concesso di possederne almeno un briciolo, prenda il sopravvento sul proprio interesse personale, soprattutto quando ci si trova al cospetto di evidenze schiaccianti.
In particolare, continuare a raccontare la favola della bicicletta nera che si presume sia stata in possesso della famiglia Stasi, come ha insistito nel dire la Abate – bicicletta che è esistita solo nella fantasia dei giudici che hanno emesso la condanna, visto che non vi è alcuna prova in merito -, il che presuppone l’assurdo scambio dei pedali, il quale poi diventò una semplice sostituzione non potendolo dimostrare, continua ancora oggi a rappresentare una sorta di, ad esser buoni, involontaria distrazione di massa che non ha nulla, ma proprio nulla a che vedere con una informazione che si sforzi sempre di essere obiettiva.
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Una informazione che a suo tempo in gran parte non fece assolutamente il suo dovere, continuando a mostrificare “il Biondino dagli occhi di ghiaccio” anche dopo le due assoluzioni consecutive, e che alcuni irriducibili colpevolisti dell’epoca, nostalgici di un colpevole perfetto che l’opinione pubblica ha da tempo scagionato, tentano in qualche modo di avvalorarne ancora oggi la narrazione tossica. Cari amici, prima o poi quando si sostengono cause perse, arriva sempre il momento in cui bisogna arrendersi. Ammettere di avere sbagliato, soprattutto quando c’è in ballo la vita delle persone, non è mai una cosa disonorevole.
Claudio Romiti, 9 ottobre 2026
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