Il tanto atteso incidente probatorio del 18 dicembre, basato sulla perizia della dottoressa Denise Albani, si è concluso in appena 4 ore, rispetto alla maggior parte delle previsioni che propendevano per un prolungamento del dibattito processuale. A questo punto si andrà avanti con l’esame delle analisi dattiloscopiche, con al centro la controversa impronta 33, che secondo la Procura di Pavia sarebbe riconducibile, con quindici minuzie rilevate, ad Andrea Sempio.
Tuttavia, un elemento sembra emergere con grande evidenza, malgrado l’incomprensibile atteggiamento di negazione dei rappresentanti della famiglia Poggi: il perito del Tribunale, la cui posizione è terza rispetto alle parti, conferma ciò che il suo predecessore, il professor De Stefano, nel 2014 non aveva escluso, contribuendo ad appesantire la posizione del “biondino dagli occhi di ghiaccio”, ovvero che il Dna esaminato non ha alcuna compatibilità con quello di Alberto Stasi. Ora, a prescindere dagli sviluppi di questa sempre più intricata vicenda processuale, ciò che continua a stupire è l’incomprensibile arroccamento di chi rappresenta la parte offesa su una sentenza passata in giudicato che, nessuno me ne voglia, a mio avviso rappresenta un offesa alla nostra intelligenza, visto che la medesima sentenza è stata pronunciata in nome del popolo italiano. Ciò ovviamente non significa che indagato di adesso sia colpevole – in questo senso è molto meglio averne due di colpevoli in libertà, piuttosto con un altro innocente da scambiare con l’attuale condannato -. Ma non è neppure accettabile che l’avvocato di Marco Poggi, Francesco Compagna, in un acceso confronto in diretta con la conduttrice di Mattino 5, Federica Panicucci, ha attaccato a testa bassa la nuova indagine per poi, incalzato dalle domande della giornalista, interrompere il collegamento con un provocatorio “no grazie, vado a lavorare”.
Ed è proprio per evitare qualsiasi tipo di illazione, tra cui quella di uno Stasi incastrato dopo due sentenze passate in giudicato ed un parere favorevole all’assoluzione del procuratore generale della Cassazione, che sarebbe conveniente per la parte civile assumere una linea di ragionevole attesa, evitando come la peste di esprimere giudizi affrettati che, a questo punto, assumono il sinistro valore di pregiudizi.
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E se, come molti pensano, è stato una sorta di retaggio medievale a condurre Alberto Stasi verso una condanna fondata su poco più del nulla, evitiamo di ripetere l’esperienza con chiunque abbia la sciagura di finire sotto i riflettori del processo mediatico.
Mentre chiudevo il pezzo è emerso un dettaglio misconosciuto della precedente perizia De Stefano. Come sottolineato da un inviato de La7, e confermato dalla Albina Perri, direttrice di Giallo, nel corso di Ignoto X, la dottoressa Albani è riuscita con una ricerca scrupolosa a ritrovare un testo manoscritto da De Stefano conservato nell’Istituto di Medicina legale di Genova. Ebbene in questo documento, risalente al 2014, c’è scritto nero su bianco che i due aplotipi Y presenti erano comparabili, ma successivamente esso non venne allegato alla perizia del processo di appello-bis contro Stasi, cosa abbastanza inquietante, nella medesima perizia si cristallizzò l’esatto contrario, cioè che il Dna non era comparabile, malgrado non si escluse la possibilità che fosse dello stesso Stasi. Insomma l’ennesimo, imbarazzante pasticcio di questa oscura vicenda giudiziaria.
Claudio Romiti, 19 dicembre 2025
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