Sul caso di Garlasco, innocentisti e colpevolisti, in relazione alla condanna di Alberto Stasi, si combattono a colpi di indizi. Gli innocentisti, con i quali mi sono schierato sin dal primo momento – sebbene gran parte degli opinionisti più ascoltati, tranne il grande Vittorio Feltri, replicarono la gogna mediatica messa in atto ai danni di Enzo Tortora – sostengono da sempre i famosi sette indizi “capitali” che avrebbero inchiodato Stasi, tanto capitali non fossero. A una medesima conclusione, a quanto pare, sembrano essere giunti i responsabili della nuova indagine sull’omicidio della sua fidanzata.
In estrema sintesi, riepilogando questi elementi, nella sentenza di condanna dell’Appello bis si sostiene quanto segue:
- L’assenza di effrazione dimostrerebbe che la vittima avesse una certa conoscenza e confidenza con il suo aggressore, tanto da aprirgli la porta di casa. Tuttavia, la madre ha testimoniato che la figlia, la mattina, dopo aver fatto uscire i gatti, non richiudeva la porta medesima. Quindi non si può escludere che l’omicida sia entrato di soppiatto.
- Alcune incongruenze nel suo racconto, riscontrate dall’accusa – tra cui la posizione del cadavere della vittima – dimostrerebbero che Stasi abbia mentito.
- L’assenza di tracce di sangue sotto le sue scarpe – analogamente a ciò che è stato verificato sulle calzature dei primi due carabinieri accorsi sulla scena del crimine e dei paramedici, tranne la dottoressa che ne accertò il decesso – sarebbe la prova che il fidanzato non sia più rientrato dopo il delitto, essendo il suo non il racconto dello scopritore, ma quello dell’assassino.
- Stasi indossava lo stesso numero di scarpe dell’autore del crimine, il 42 – sebbene egli utilizzasse anche il 43 – al pari di milioni di altri individui e, quale grave indizio di colpevolezza, nel suo guardaroba era presente un paio di calzature della stessa marca, Frau, ma di un modello diverso.
- Sul dispenser del lavandino del bagno furono trovate due sue impronte dell’anulare destro, segno – secondo l’accusa – che egli lo avesse riposto dopo averlo lavato accuratamente insieme allo stesso lavandino, ripulendo addirittura il sifone. Malgrado fosse già evidente all’epoca, come i nuovi inquirenti sembrano aver acclarato, che sia il dispenser sia il lavandino non furono oggetto di alcuna ripulitura.
- Lo scambio dei pedali tra la sua bicicletta e quella del presunto assassino – un modello nero da donna descritto dalla signora Bermani, del tutto diverso da quello in possesso della famiglia Stasi – che il consulente della Procura dell’Appello bis stabilì categoricamente non avvenne. Ciononostante, il grave indizio, se così lo vogliamo definire, entrò con tutte le scarpe – o le gomme – nella sentenza di condanna.
- La mancanza di un alibi per quei fatali 23 minuti – cosa probabilmente mai avvenuta nella storia giudiziaria del Paese – nei quali il delitto venne retrodatato e ristretto fino a combaciare perfettamente con l’esiguo spazio teoricamente disponibile a Stasi per commettere l’omicidio.
Per quanto riguarda invece Andrea Sempio, premessa sempre la sua innocenza fino a sentenza definitiva, secondo la Procura condotta da Fabio Napoleone vi sarebbero 21 indizi gravi, precisi e concordanti a corroborarne la colpevolezza.
Lo scrive Francesca Galici su Il Giornale. Ci sarebbero “le intercettazioni ambientali, note e non note, che rappresentano il cuore delle indagini tradizionali del nuovo fascicolo. Da queste intercettazioni i procuratori hanno captato i soliloqui di Sempio, quei flussi di coscienza durante i quali l’indagato ha detto cose che, secondo chi indaga, possono essere connesse con l’omicidio. Ma ci sono – prosegue l’articolo – anche le tre telefonate fatte sicuramente da Sempio a casa Poggi nei giorni antecedenti l’omicidio, a proposito delle quali l’indagato non avrebbe detto tutta la verità. E poi ancora le ricerche online sul DNA, quando ancora non se ne parlava, i soldi “recuperati” tra il 2016 e il 2017 quando Sempio è stato indagato per la prima volta, che potrebbero essere stati il mezzo per arrivare a un’archiviazione rapida, secondo chi investiga”.
“Senza dimenticare – prosegue chi scrive – l’impronta 33, che era visibile prima che il RIS di Parma spruzzasse la ninidrina, perché non era una traccia semplicemente sudata, in quanto il sudore non lascia nel tempo impronte visibili, e che rappresenta l’architrave dell’accusa assieme al DNA sull’estremità delle dita della vittima. Ma anche l’assenza di un alibi, perché lo scontrino non può essere considerato tale, e il ritorno per più volte sulla scena del delitto, all’esterno dell’abitazione di casa Poggi, il pomeriggio dell’omicidio. Un comportamento non lineare secondo gli investigatori, che non avrebbe una giustificazione logica rispetto al suo racconto messo a verbale. E a tutto questo si aggiunge, come corollario, il materiale web e quello dei diari, che secondo chi indaga aiuterebbero a comprendere il presunto movente dell’omicidio”.
Poi, vogliamo aggiungere, per ciò che concerne il DNA riconducibile alla linea paterna dell’indagato, occorre sottolineare che questo fu sottoposto in forma anonima dalla difesa di Stasi a un pool di genetisti di fama, tra cui Lutz Roewer, considerato il maggior referente mondiale in relazione all’aplotipo Y, e il risultato è sempre stato lo stesso a cui è poi giunto il perito del Tribunale, la dottoressa Albani, ovvero una decisa compatibilità con Andrea Sempio.
E poi c’è il mistero delle famose tre telefonate fatte dall’indagato alcuni giorni prima del delitto. Telefonate che egli sembra rimembrare in uno dei più incriminanti – sempre secondo gli inquirenti – soliloqui in macchina.
Ebbene, qui mi permetto di fare una mia personale osservazione, dopo averlo più volte ascoltato nei vari programmi televisivi. Secondo la difesa, sarebbe ben strano che un colpevole si autoaccusasse sapendo benissimo di essere intercettato. Considerazione assolutamente logica e assai difficile da controbattere. Tuttavia, indossando per una volta gli abiti dell’avvocato del diavolo, ho notato un dettaglio che sembra sia sfuggito a molti.
Sempio, mentre parla da solo, lo fa quasi sussurrando, come se stesse rimuginando pensieri con un filo di voce quasi impercettibile all’orecchio umano. Sicuramente chi indaga avrà utilizzato una tecnologia molto avanzata per coglierne appieno i termini realmente espressi. Dopodiché, finito il soliloquio, egli incontra una sua amica e cambia completamente tono e, pur parlando a bassa voce, dice una serie di cose che si percepiscono chiaramente nella loro interezza.
Ciò potrebbe significare che l’indagato pensasse che, semplicemente “rimuginando” i suoi ragionamenti, chi lo controllava non fosse poi in grado di comprenderne in modo compiuto il senso.
In conclusione, mi sento di poter sostenere che, rispetto a Stasi, gli indizi che gravano su Sempio siano un tantino più seri, ai quali va aggiunta tutta una serie di comportamenti che potrei definire sospetti, come quello di gettare a parecchi chilometri da casa una serie di appunti che, in apparenza, sospetti non dovrebbero suscitarne, se non proprio per il fatto che ciò avvenne non appena il nostro immaginò di essere indagato per l’ennesima volta.
Inoltre, non tutto è stato svelato dalla pubblica accusa. Resta un corposo materiale investigativo che solo nel caso di un rinvio a giudizio verrà poi messo a disposizione delle parti interessate. Lascio al lettore la valutazione di quanto faticosamente esposto.
Claudio Romiti, 15 maggio 2026
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