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La crisi del gas

Gas, il price cap è già morto

Putin: “Non forniremo chi fissa il prezzo”. In Ue i Paesi litigano. E per Gazprom la Germania ha riserve solo per 2 mesi

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Mentre in sede europea prosegue il balletto per la fissazione di un tetto massimo al prezzo del gas, è arrivata la dichiarazione sulle conseguenze che porrà la Russia di Vladimir Putin: no alle forniture nei confronti dei Paesi che imporranno un price cap.

Scontro europeo

Il problema non si pone per Stati comunitari, tra cui l’Italia, che hanno ridotto sensibilmente la propria dipendenza dal metano di Mosca – passata dal 40 per cento all’attuale 1,8 per cento; piuttosto, per i governi dell’Est Europa, ancora tra i maggiori dipendenti. Si pensi, per esempio, all’Ungheria di Orban, che riceve tra l’80 ed il 90 per cento delle proprie importazioni di petrolio e gas direttamente dal Cremlino. Oppure, più vicino a noi, si tenga conto del caso austriaco, dove le forniture russe di metano raggiungono quota 50 per cento del gas totale di Vienna.

Insomma, la situazione è ancora incerta e differente per ogni Stato membro: Norvegia e Paesi Bassi, i principali fornitori in Europa, ne hanno incredibilmente giovato (per i primi, infatti, si conti che il valore delle proprie esportazioni di metano ha raggiunto il picco di 3 miliardi di guadagno); mentre, come detto sopra, è decisamente diverso il caso di Austria, Ungheria, della stessa Germania. E Bruxelles, nel documento congiunto firmato dai Ventisette ministri dell’Energia europei, ha già annunciato che “le opinioni continuano a divergere” sul tema del price cap.

La crisi tedesca

Per di più, secondo il capo di Gazprom, Alexei Miller, intervenuto alla quinta edizione del Russian Energy Week International Forum a Mosca, “non c’è alcuna garanzia che l’Europa sia in grado di superare l’inverno”. Soprattutto per Berlino, dove il cancelliere Scholz potrà contare su riserve pari a soli due mesi, insufficienti per superare l’inverno che sta per arrivare. A ciò, si devono aggiungere non solo le riduzioni di gas russo a partire dall’inflizione delle sanzioni Ue; ma, soprattutto, i lavori di manutenzione dopo il sabotaggio ai gasdotti Nord Stream 1 e 2, che richiederanno più di un anno.

Il messaggio del presidente russo, però, è stato chiaro: “La Russia non agirà contro il buon senso, pagando di tasca propria per il benessere degli altri. Non forniremo energia a quegli Stati che impongono un tetto ai prezzi dell’energia”. E sentenzia: “Verso coloro che preferiscono i trucchi sporchi e i ricatti spudorati, e sono decenni che viviamo in un paradigma di questo tipo in ambito politico, non agiremo a nostro discapito”.

Solo nei primi cento giorni del conflitto in Ucraina, Mosca ha guadagno esattamente 93 miliardi di dollari dall’esportazione di petrolio e gas. Questo grazie all’enorme mercato interno cinese, che ha ulteriormente aperto le porte a Putin, dopo l’applicazione delle sanzioni europee; ma dimostrando anche come il Cremlino possa fare a meno del mercato continentale europeo. Il gioco è sempre lo stesso: chi ci guadagna e chi ci perde di più? Considerando che Bruxelles ha applicato sanzioni su forniture da cui ne era fortemente dipendente, senza avere un Piano B di autosufficienza, c’è il fortissimo rischio di essere relegati nella seconda categoria.

Matteo Milanesi, 12 ottobre 2022