Esteri

Gaza: la verità che nessuno osa dire sul “genocidio” israeliano

A Gaza si contano migliaia di vittime civili, ma i media preferiscono usare parole forti e paragoni con la Shoah per trasformare Israele in carnefice

Nethanyau gaza israele Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Orrore, massacro, strage, eccidio. Esistono tanti possibili modi alternativi per provare a descrivere con l’uso delle parole il terribile dramma dei palestinesi a Gaza. Ma tutto ciò, evidentemente, per il mainstream non bastava. Non era adeguatamente sufficiente per costruire quel perfetto contraltare utile a certificare l’avvenuto passaggio di Israele dallo status di vittima a quello di carnefice.

Servivano termini di paragone chiari e identificabili che non lasciassero alcuno spazio a dubbi o interpretazioni personali. Che si rispolverassero espressioni come “soluzione finale” o “campi di concentramento”, e si accostassero lo stato di Israele al Terzo Reich, le forze dell’Idf alle Schutzstaffel e la figura del primo ministro, Benjamin Netanyahu, a quella del führer del Nazismo.

Occorreva, insomma, che si parlasse apertamente di “genocidio“, sebbene, di fatto, non occorresse niente di tutto ciò, perché la vita prematuramente spezzata anche di un solo bambino rappresenterebbe già di per sè un’umiliante sconfitta per chiunque dovesse macchiarsi di una simile colpa e per l’umanità intera.

Del resto, non giovano esperti o commissioni d’inchiesta speciali per rendersi conto che la reazione di Israele al vile attacco subito due anni fa sia stata eccessiva, inumana e spropositata sotto ogni punto di vista. Innegabile, a prescindere dalle posizioni, dai valori o dalla fede politica di ciascuno. Attenzione però: perché riconoscere le atrocità commesse a Gaza dall’esercito israeliano in risposta all’eccidio del 7 ottobre non equivale necessariamente a sposare una tesi, quella genocidio, che, al contrario, non appare suffragata dalle evidenze sostenute con forza dai suoi fautori.

La definizione di genocidio fornita dalle Nazioni Unite, basata sulla Convenzione del 1948, include atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Nello specifico, gli atti di cui sopra, comprendono non soltanto l’uccisione di membri del gruppo, ma anche il causare lesioni gravi alla loro integrità fisica o mentale, l’imporre condizioni di vita intese a provocarne la distruzione, l’imporre misure per impedire le nascite e il trasferimento forzato di bambini del gruppo.

Non si tratta, dunque, di negare l’innegabile, ovverosia l’uccisione da parte delle forze dell’Idf di migliaia di civili palestinesi, stante il fatto che, già di per sè, lesioni varie o misure atte a distruggere intenzionalmente un determinato gruppo basterebbero a supportare la tesi del genocidio. Intenzionalmente, appunto. È proprio questo il passaggio cruciale che fa crollare inesorabilmente la teoria del genocidio. Per sua stessa definizione, il genocidio richiede infatti l’intenzione specifica e premeditata di distruggere un determinato gruppo. Presupposto che, nel caso in questione, sembra mancare, essendo quella di Israele una risposta, seppur inaccettabile e sproporzionata, ad un attacco precedentemente subito.

Il genocidio non rappresenta infatti un mero fatto, bensì un vero e proprio progetto concepito preventivamente, il prodotto di una determinata intenzione di sterminio non quantificabile da un punto di vista numerico. Accanto all’assenza di tale presupposto di natura formale, esiste poi una questione sostanziale che tende ulteriormente a sconfessare questa tanto caldeggiata teoria.

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All’interno dei confini dello stato ebraico vivono attualmente circa due milioni di palestinesi, i cosiddetti “arabi israeliani”, che rappresentano il gruppo minoritario più numeroso, pari a oltre il 20% della popolazione israeliana. Lo stesso stato di Israele è dunque fondato su un modello di civile convivenza che include al suo interno anche una consistente fetta di quel medesimo gruppo etnico, che oggi rappresenta oltre un quinto della sua popolazione.

Con ciò, si badi bene, non s’intende in alcun modo giustificare le deplorevoli condotte adottate dalle forze israeliane nella martoriata Striscia. Gli abusi israeliani perpetrati a Gaza, del resto, sono reali, oggettivi e ingiustificabili. Altrettanto abusato, tuttavia, è stato il lessico propagandisticamente utilizzato in tutti questi mesi per costruire quell’efficacissima analogia con la Shoah, principalmente servita ad incatenare gli ebrei nei panni dei nazisti del nostro tempo.

Salvatore di Bartolo, 16 ottobre 2025

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