L’intervista del rotocalco modaiolo Vanity Fair ai divi cinecittadini, pariolini Alba Rohrwaher e Elio Germano è esemplare. Esemplare di un milieu, quello del cinema assistenziale ed altezzoso, che si rispecchia nel contesto generale della sinistra velleitaria moralistica.
Luca Ricolfi dovrebbe scrivere una seconda edizione del suo libro sociologico e intitolarla, evolutivamente, “Perché siamo insopportabili”. Fiera delle vanità, davvero: è tutta una posa, un birignao, una predicazione sgangherata, di chi è convinto di avere tutte le verità, tutte le ricette perché non ha una cognizione neppure sommaria o vaga della complessità delle cose. Riduce il mondo ai facili schematismi post ideologici e se la cava col succedaneo di cultura che crede di rappresentare.
Gli attori pariolini sono una categoria dello spirito e ritengono di dover essere finanziati, mantenuti a spese di tutti siccome ci sono e alzano il pugno oggi per Gaza così come ieri contro “la repressione” e il commissario Calabresi. Una storia che si ripete, circolare, dai Gassman padri ai figli, ai nipoti, ma non una storia edificante, consolante.
Attori mediocri per film mediocri tratti da scritti di autori mediocri: qui, nel parlar di sé continuo, che ha del megalomane, si lancia l’ennesimo film tratto da un testo di Michela Murgia della quale è in atto una celebrazione che porta alla beatitudine. Perché?
Perché era del milieu e scriveva della famiglia allargata, disarticolata, ma buona, inclusiva, che alla sua morte va in pezzi e scatena la Gaza delle eredità, dei diritti. Germano e Rohrwacher se la intestano parlando di loro stessi in quel modo modesto ma fluviale, pagine e pagine della solita finta intervista dove tutto è preparato, a metà tra operazione commerciale, promozionale e predicatoria, missionaria per le solite cause false o sballate: Gaza, il cinema sovvenzionato, la sinistra pariolesca, l’egocentrismo centripeto del milieu che da scritti totalmente inconsistenti cava le solite pellicole inconsistenti, da frigorifero, che nessuno vede.
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Ma la coppia di fatto tra una posa eccessivamente artefatta e l’elenco dei premi ricevuti da giurie del milieu si sente in dovere di farci sapere che “abbiamo voluto bene ogni momento a Michela cercando i suoi passi nei nostri e spero che da qualche parte anche lei ci voglia bene”. Da qualche parte? E giù col solito panegirico del dolore. Questi nostri divetti a sovvenzione statale sono molto lamentosi, crescono, agiscono nei vapori del dolore, un dolore che alla fine ha sempre la solita origine e causa, la società monodimensionale, marcusiana di un capitalismo che non conoscono ma sono ottimi a cavalcare.
Sulla disuguaglianza virtuosa ci campano e la chiamano merito ma è il meccanismo dei soldi a premiarli e in qualche modo lo sanno, lo dicono: “Oggi i film vengono finanziati dal ministero oppure dai privati tipo le banche, eccetera, che di cinema non ne capiscono. Quali film finanziano? Quelli dall’incasso sicuro. Una mezza sicurezza è data dagli attori che funzionano”.
Per dire io sono un divo, sono il meglio, faccio fare soldi e ne faccio. La fiera della vanità ma patetica perché Germano sa benissimo che il suo essere divo gli viene più dalle pose a pugno chiuso o con la kefiah che dall’effettivo riscontro del pubblico.
Gli viene dalle sue militanze, dai suoi proclami sulle Meloni da combattere o abbattere. La morale è un po’ allucinata: noi essendo o credendoci divi meritiamo più soldi, però pretendiamo il cinema a fondo perduto, ci fanno schifo i ministri di destra ma pretendiamo continuino a spremere soldi dallo Stato per mantenerci; col non detto ma chiaro della censura selettiva, il milieu, quel certo e solo cinema pariolaro, da pièce murgiesca, molto organico alla sottocultura piddina che nessuno vede.
Il vanto del merito e insieme la sconfessione, la critica militante al merito. Aberrazione miserabile che il nostro “cinema italiano” ha sempre sostenuto ed è questo il vero guaio oltre al fatto che la generazione dei grandi attori è sparita da quaranta anni e da allora c’è un vuoto in posa, modestissimo.
Imbarazzante come quelli che debbono convincersi di essere più di quello che sono e così minacciano di privare la settima arte del loro contributo, “penso ogni giorno a lasciare il cinema”, ma non lo fanno perché convinti della loro missione, indirizzare carismaticamente le masse sulle giuste cause alla moda, tipo la Palestina. Germano pratica, senza sospettarlo, l’idealismo fatalistico di Fichte: “L’uomo è ciò che deve, se dice non posso è segno che non vuole”. Ma lui riuscì nell’impresa strampalata di trasformare Leopardi in un attivista da centro sociale.
Di più odioso, di più insostenibile sta il fatto che anche il nuovo giro, effimero, del contro milieu di quelli di destra finalmente premiati dalla politica di potere si sta rivelando alla svelta speculare nei vezzi, nei vanti, nei vizi, nelle pretese. Non escono dal vittimismo vagamente dannunziano ma adesso che tocca a loro mettono su le stesse facce, le stesse pose, in una sorta di sudditanza psicoestetica verso i modelli originali.
Sarà che il successo determinato dalle appartenenze finisce per contagiare tutti, per frullarli nella stessa logica degli arrivati vagamente cafoneschi, da red carpet alla amatriciana. Ne deriva una conferma deprimente: non destra o sinistra ma il solito gioco elitario in politica come nell’informazione come nell’assai presunta arte: chi è dentro è dentro e se entri sei dei nostri.
Siamo il meglio, siamo casta, gli altri restano fuori e non possono capire, non esistono, sono i perdenti necessari alle nostre false crociate inclusive e accoglienti per cui rivendicare i fondi pubblici che poi vanno ai nostri filmetti perché facciamo, faremmo funzionare la baracca essendo divetti.
Il soffione commerciale per Rohrwacher e Germano è sfinente, ma con punte di grottesco sublime: “Toccare qualcosa di Michela mi intimoriva da un lato ma dall’altro, come sono stata chiamata, ho sentito la responsabilità”. L’aveva letto il libro? “No, l’ho letto dopo la sceneggiatura ed è diventato una sorta di guida spirituale”. Leggono poco i nostri divetti a fondi pubblici, però quando leggono s’illuminano d’immenso, gli basta poco come a tutti quelli che frequentano più i salotti e le segreterie, le fumetterie, eventualmente, ma a giusta distanza, le Flotille, dei circoli letterari. “Michela? Incrociai il suo sguardo anni fa a Parigi, a una sfilata di Dior”. Sta tutto qui il provincialismo abissale dei nostri divetti insopportabili.
Max Del Papa, 26 settembre 2025
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