Caffè avvelenato

Giovani a fasi alterne

Ogni giorno un po' di veleno sulle cose del mondo

Qui al bar sappiamo che i giovani che oggi scendono in piazza perché sentono che qualcuno ha “rubato” loro il futuro, negli anni in cui gli stessi figuri i quali, oggi, pontificano come se avessero in tasca tutte le soluzioni, iniziavano quel “furto”, erano troppo piccoli per accorgersene. Ci tocca segnalare loro che, allora, i loro coetanei se ne stettero zitti zitti: era un’epoca in cui si scendeva in piazza solo per festeggiare la caduta di Silvio Berlusconi, anche se quello che veniva dopo era molto peggio.

Durante il Covid, però, almeno alcuni di loro erano già capaci di intendere, volere e protestare: eppure, ben pochi si sono permessi di contestare i sequestri di persona e gli orridi ricatti vaccinali. Figurarsi se qualcuno dei rampolli che hanno adesso riscoperto la coscienza civile, durante la pandemia, ha manifestato solidarietà verso commercianti e partite IVA: l’unica cosa buona del farli stare aperti, a quanto pare, è che si possono sfasciare le loro vetrine e le loro attività. Dopodiché, i giovani vittime della rapina di futuro non si sono accorti che, con i soldi a debito, compresi quelli del Pnrr (verrà il giorno in cui bisognerà restituirli con gli interessi), sono stati sbloccati, per esempio, i turnover nella Pa. Quelli che, all’epoca dell’austerità, erano stati congelati. Ecco una delle soluzioni possibili alla crisi: studiare, prepararsi, fare i concorsi, vincerli. In palio non c’è il posto dei sogni? Peccato: non esiste nemmeno il diritto innato di fare il professore all’Accademia delle Belle Arti.

E a proposito di professori: tutti piangono per il taglio dei docenti, senza rendersi conto che prima di loro sono diminuiti gli studenti. D’altronde, siamo o non siamo in pieno inverno demografico? Ergo, per cosa dovremmo assumere più insegnanti? Per tenerli dentro classi vuote? Si paghino bene quelli che servono e si restituisca loro – magari con la collaborazione dei suddetti: meno sessantottismo, più pugno di ferro – l’autorevolezza che hanno perso. Non viviamo nel migliore dei Paesi possibili, ma al netto della sfortunata congiuntura geopolitica, qualche segnale c’era stato: persino su salari e potere d’acquisto, prima che la guerra in Iran riassorbisse tutto. Ma un giorno la guerra finirà, sempre che deporre le armi, come chiedono di fare i ragazzi che non vogliono investire nella Difesa, non ci renda prede di qualche conquistatore senza scrupoli. E lo spirito partecipativo dei ragazzi, che fine farà? Resteranno tutti mobilitati, capaci di “isolare i violenti”, oppure andranno avanti 6-8 mesi a lamentarsi del governo che “reprime il dissenso”, giusto il tempo di servire l’assist alla campagna elettorale di qualcuno? Dopo, la coscienza civile potrà addormentarsi di nuovo?

Il Barista, 2 novembre 2026

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