Altro che governo Meloni isolato. La sentenza con cui la Corte di giustizia dell’Unione europea ha bocciato la norma italiana sui “paesi sicuri” è qualcosa di molto più ampio. È uno sberlone alla politica tutta, non solo a quella italiana. Già, perché sul carro ci sono anche il presidente francese Emmanuel Macron, Olaf Scholz e la Commissione europea di Ursula von der Leyen. Non proprio l’estrema destra, diciamo.
Ma andiamo con ordine. La sentenza di ieri ha mandato in frantumi l’impianto normativo con cui uno Stato può decidere se un paese terzo è “sicuro” oppure no. In pratica, se chi arriva da lì può vedersi rifiutata la richiesta d’asilo in tempi rapidi. Un criterio basilare per tenere in piedi qualsiasi sistema migratorio. Secondo la Corte, però, tutto questo è troppo comodo. Lo Stato non può decidere da solo. E nemmeno — udite udite — con una legge del Parlamento. Serve una valutazione caso per caso, persona per persona, situazione per situazione.
Ora, uno si aspetterebbe che a difendere questa visione siano le solite Ong o qualche eurodeputato di sinistra radicale. E invece no: la Francia, la Germania e perfino la Commissione europea — sì, proprio Bruxelles — avevano difeso l’impostazione opposta. Lo stesso principio che stava alla base del decreto italiano. Non ci credete? Ecco le carte pubblicate dal Foglio.
La Commissione europea ha scritto nella sua memoria che «la direttiva non osta all’adozione da parte degli stati membri di atti legislativi con cui vengono designati i paesi di origine sicuri». Ha pure sottolineato che l’articolo 37 parla di “normativa”, non di atti amministrativi. Tradotto: una legge va benissimo. E le fonti usate per definire un paese sicuro? Devono essere accessibili, certo. Ma non è obbligatorio elencarle dentro la legge. Punto.
Anche la Francia è stata chiarissima: un paese può essere dichiarato sicuro, «con l’eccezione di talune categorie di persone chiaramente definite». In altre parole: la norma generale vale, ma con flessibilità per i casi particolari. Semplice, no? Evidentemente non per i giudici di Lussemburgo. La Germania? Ancora più esplicita. Scrive che «un legislatore nazionale può designare direttamente, con un atto legislativo primario, un paese terzo come paese di origine sicuro». E aggiunge: è compito del giudice valutare il caso specifico, ma la legge resta legittima. Nessuna contestazione al principio. Anzi, Berlino lo rivendica.
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Eppure la Corte ha deciso di ignorare tutto questo. E ha fatto a pezzi l’intero meccanismo. Risultato? Ora gli Stati non possono più dare per scontato nulla. Nemmeno che un paese da cui arrivano migliaia di migranti economici, in assenza di guerre o persecuzioni, possa essere considerato “ragionevolmente stabile”. No, bisognerà analizzare ogni singola domanda, come se arrivasse da un perseguitato politico in fuga dalla Corea del Nord.
Il tutto, ripetiamolo, contro il parere non di Roma e della Meloni, ma di Parigi, Berlino e Bruxelles. Di chi scrive le direttive e siede nei Consigli europei. Di chi la giurisprudenza dovrebbe interpretarla, non stravolgerla. E ora? Ora i governi si ritrovano mani e piedi legati. La nuova giurisprudenza della Corte smonta ogni tentativo di semplificare le procedure. Se un paese vuole accelerare il trattamento delle domande d’asilo, deve aspettarsi l’intervento del giudice europeo. Poco importa se la legge l’ha votata un Parlamento democratico. E poco importa se persino la Commissione l’ha difesa.
Il punto è tutto qui: chi decide se un paese è sicuro o no? Un governo eletto o un magistrato in Lussemburgo? E occhio: questa sentenza non riguarda solo l’Italia della Meloni. Riguarda tutta l’Europa. E colpisce proprio nel momento in cui molti Stati (a cominciare da Francia e Germania) stanno cercando di blindare le proprie frontiere. Sarà interessante vedere ora se si limiteranno ad abbassare la testa — come spesso accade — o se finalmente capiranno che non si può affidare a un tribunale il compito di governare l’immigrazione. La giurisprudenza ha parlato. Ma la politica? Continuerà a subire in silenzio o alzerà la testa?
Franco Lodige, 2 agosto 2025
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