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Giustizia, i tecnici di Draghi correggono la Cartabia

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Marta Cartabia è pronta per il Quirinale: vorrebbe presentarsi dicendo di aver avviato la riforma della giustizia ma le mille idee che sta buttando giù, dalla separazione delle carriere alla riforma del CSM, non approderanno a nulla. Con grande felicità del corpus dei magistrati, che continueranno a fare il bello e il cattivo tempo all’insegna del Sistema Palamara. E pensare che proprio la necessità di una riforma della giustizia, soprattutto delle modifiche normative sulla prescrizione introdotte dal governo giallo-verde, è stata una bandiera a lungo sventolata da Matteo Renzi.

In aiuto della ministra nel fare melina, interverranno i referendum radical-leghisti che, come Matteo Salvini sa benissimo, bloccheranno per anni qualsiasi modifica, così come è stato in passato. D’altronde, lo stesso Salvini ha a suo tempo spalleggiato il M5S in tema di giustizia, concorrendo ad approvare quella legge che ha sostanzialmente eliminato la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, affermando che sarebbe entrata in vigore solo insieme ad una riforma complessiva della giustizia, cosa che poi non si è puntualmente verificata.

A sinistra, invece, in linea con la tradizione giustizialista del Pd, Enrico Letta alza le barricate su ogni tentativo di revisione. Tuttavia a Palazzo Chigi, in gran segreto, alcuni giuristi stanno lavorando su modifiche minori, ma significative, che permetteranno al presidente Draghi di presentarsi a Bruxelles con qualche cambiamento di facciata attuabile direttamente dal Guardasigilli con circolari o attraverso decreti-legge, per poter così consentire all’Italia di accedere alle risorse del Recovery Fund.

Tutto ruota attorno alla riorganizzazione del sistema giudiziario con, in prima linea, il dipartimento del Ministero della Giustizia, da dove dovrebbero partire le disposizioni sulla distribuzione dei lavori, oggi in balìa dei capricci del responsabile di ciascun tribunale. Partendo dall’immediato incremento della pianta organica per fronteggiare la cronica carenza strutturale di personale, sia i giudici, togati e onorari, che i tanto vituperati cancellieri, veri motori degli uffici giudiziari. Per non parlare della continua scarsità di locali, computer, addirittura mobili. Senza entrare nell’inferno dantesco della separazione delle carriere, negli uffici del Governo si sta discutendo se prevedere, tramite disposizioni immediate, percorsi di carriera ad hoc per arrivare, così come in molti altri campi, a delle specializzazioni, anche perché la società si è ormai evoluta.

Per il rito civile, che sta particolarmente a cuore alla Commissione Europea, si sta studiando un termine di durata massima di 360 giorni, come avviene nel giudizio arbitrale (ragione per cui chi può permetterselo, lo preferisce), salva la possibilità di proroga solo per ragioni specifiche, e inoltre di riservare le udienze solo per il compimento dell’attività istruttoria. Per il giudizio penale si cerca di capire, invece, se è possibile prevedere che i processi inizino solamente qualora i risultati delle indagini siano tali da determinare una ragionevole probabilità che si perverrà come negli USA ad una condanna, criterio che peraltro dovrebbe già guidare l’esercizio dell’azione penale, dal momento che il numero dei procedimenti è di molto superiore a quello che la macchina giudiziaria può realisticamente gestire. Comunque, nel rispetto di quello che dovrebbe essere uno Stato di diritto, cercare di evitare che l’imputato, prima della sentenza definitiva, subisca le mille privazioni di cittadino cui viene sottoposto, come ad esempio l’impossibilità di iscriversi ad un concorso o accedere ad un mutuo bancario.