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Gli ayatollah difendono i simboli e sterminano i civili

Khamenei

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Nel giro di accuse e intimidazioni che Washington e Teheran si sono scambiate dopo l’eliminazione di Qassem Soleimani, Generale comandante della Niru-ye Qods unità di forze speciali e intelligence del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica dell’Iran, quella meno compresa, soprattutto in Europa, è stata la minaccia di colpire siti di interesse culturale. Anche se questa minaccia è stata poco compresa, e addirittura qualcuno ci ha anche fatto dello spirito utilizzandola per ridicolizzare il Presidente Trump accostando il suo nome al concetto di cultura che secondo alcuni è un ossimoro, l’avvertimento americano che determinati siti “culturali” siano nel mirino ha fatto gelare i polsi alla nomenklatura iraniana.

Prova ne è che il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif si è subito attivato per far sapere al mondo che l’eventuale distruzione dei monumenti simbolo della rivoluzione komehinista da parte degli americani, sarebbe un crimine di guerra. Il Ministro iraniano ha anche aggiunto che dopo le gravi violazioni della legge internazionale con i vigliacchi omicidi di venerdì scorso, Trump minaccia ora di commettere nuove violazioni della jus cogens, norma del diritto internazionale che tutela valori considerati fondamentali. Ma non è tutto, dopo essersi messo al riparo dietro alla legge che secondo Zarif è valida solo quando protegge i suoi interessi, lo stesso Ministro ha nuovamente minacciato gli Usa dicendo che non importa se Trump dia calci o urli, ma la fine della presenza maligna degli Usa in Medio Oriente è iniziata.

Nel quadro della guerra che verrà l’aspetto economico è secondario da quello ideologico, e la reazione iraniana per l’eventuale distruzione da parte degli americani dei monumenti politici simbolo della rivoluzione komehinista ne è lampante dimostrazione. Quello che dovrebbe far riflettere, ma di commenti in questo senso ne abbiamo oggettivamente letti pochi, e che l’establishment sciita, come ogni regime fanatico e dittatoriale, e non importa il colore politico dal rosso al nero passando per il bruno, o il libro sacro ostentato, è più preoccupato della conservazione dei simboli del proprio potere che non della vita dei suoi stessi cittadini.

Chiamare ai crimini di guerra per degli edifici che potrebbero essere colpiti, dimenticando le vittime civili che potrebbero rimanere coinvolte negli stessi attacchi, è sintomatico dell’importanza che il regime degli Ayatollah dà a certe cose e della trascuratezza che riserva alla popolazione. La sola cifra che sta venendo alla luce in questi giorni, che varia dalle 1500 alle 2000 vittime negli scontri fra manifestanti e forze dell’ordine nelle principali città iraniane, è la cartina tornasole di quale sia il disprezzo che gli uomini di potere a Teheran hanno nei confronti della loro stessa popolazione.

La storia insegna che fintanto che questi simboli rimangono in piedi gli eserciti e le masse continueranno a combattere fino all’ultimo uomo, non è la prima e non sarà l’ultima volta che le guerre saranno vinte attraverso la distruzione sistematica dei simboli del potere di cui si intende piegare la potenza. È stato così, al culmine della sua crisi, con il muro di Berlino e anche con i monumenti del potere comunista nei paesi del blocco sovietico. Ad esempio la storia ci insegna che quando il 14 luglio 1789 ci fu la presa della Bastiglia, simbolo dell’ancien régime, la stessa fu smantellata pietra dopo pietra dai rivoluzionari.

Tornando ai nostri giorni ricordiamo la fine che fecero le statue di Saddam Hussein dopo l’invasione americana dell’Iraq, ma possiamo anche dire che lo stesso Soleimani era un simbolo oltre che un terrorista. In parole povere un simbolo del terrorismo che le forze armate Usa hanno eliminato e distrutto in un colpo solo. Anche le Twin Towers del World Trade Center erano un simbolo che è stato colpito e distrutto, e il loro crollo in diretta video è stato uno choc dal quale il popolo americano ancora non si è del tutto ripreso nonostante siano passati circa diciannove anni.