Gli ultimi trenta Natali senza mio padre

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Come ogni Natale degli ultimi 30 anni passerò da solo sia la Viglia che il Santo Natale.
Perché da quando mio padre non c’è più sarebbe ancora più dolore sedersi con altri, sarebbe “una assenza apparecchiata per cena”.
Ogni tanto mi piace ricordare mio padre con la cosa più bella che abbia mai scritto e dedicata proprio a mio padre Vittorio Serino; morto quando aveva 50 anni e io 18, quando ero troppo piccolo per restare solo ma troppo grande per disperami. Ricordo mio zio Carlo cercare di farmi smettere di piangere dicendomi “Dai Giampa, che sei grande”.
Non lo so forse non sono mia diventato grande ma in questi giorni mi capita spesso e così vado in giro sotto la pioggia perché tutto diventi acqua che scivola….Padre, sono tornato oggi in questa città ora crudele. La città dove siamo cresciuti insieme, padre. Davanti a me le strade deserte; e il tempo intristito, il tempo fermo e molto più triste di quando i tuoi occhi, chiari di verde, accarezzavano questa luce ora crudele, di quando i tuoi occhi parlavano in silenzio e il mondo non voleva essere altro che esistere.
E, intanto, tutto come se continuasse. La vita crudele perché vita. Come all’ospedale. Dicevo non dimenticherò mai, e oggi ricordo. Volti diventati sconosciuti, sfigurati nella mia certezza di perderti, nella mia disperazione disperazione. Come all’ospedale. Non credo tu possa aver dimenticato.
Come me, aspettavano.
Mentre aspettavo mia madre e mia sorella, le persone mi passavano accanto come se il dolore che mi riempiva non fosse immenso e non avvolgesse anche loro. Le donne parlavano, gli uomini fumavano. Come me, aspettavano: non la morte, davanti alla quale, noi chiudiamo sempre gli occhi nella speranza che, se non la vedremo, lei non ci vedrà. In una macchina troppo veloce, mia madre piegata dalla perdita di quel che possedeva, e mia sorella.
Fuori, gli uomini e le donne parlavano e fumavano. Nella stanza, in un letto qualsiasi ma non il tuo, il tuo corpo. Forse distante, preso in uno sguardo lontano, respiravi. L’aria con cui lottavi, lottavi sempre, gridava il suo percorso roco. Dal naso entrava il tubo che ti teneva in vita. Ai piedi del letto, mia madre muta, vedova di tutto. Poi, io e mia sorella. Tende di plastica ci separavano: quasi che dei para-venti potessero proteggerci dalla tempesta.

Ti ho mentito.

Ti ho appoggiato le mani sulle spalle. Tutta la forza ti si era spenta nelle braccia, nella pelle ancora pelle viva. E ti ho mentito. Ti ho detto quello in cui non credevo. Al tuo sguardo ho detto che saremmo stati di nuovo. E ti ho mentito. Ti ho detto torneremo a casa, padre, andiamo, guido io la macchina, padre. Solo finché non potrai, padre; ora sei debole ma poi, padre, ma poi, padre. Ti ho mentito. E tu, sincero, mi dicevi soltanto uno sguardo supplichevole, tu che non hai mai supplicato nessuno, uno sguardo da non dimenticare mai più.

Finito l’orario di visita, ci fecero uscire. Quando uscimmo, stretti come naufraghi, la luce ci faceva ombra.E questa sera, e questa città ora crudele. Nella nostra strada, la nostra casa. Il cancello davanti a me, chiuso, sfidante. Dicevo non dimenticherò mai più, e questa sera ho ricordato. Con i tuoi movimenti, ho preso dalla tasca le chiavi e, come facevi tu, ho usato ogni cura per scegliere la chiave giusta, esaminandone ciascuna, inorgogliendomi di ciascuna. E, nella serratura, il trionfo. Le cose ad accadere nel modo giusto. I cardini hanno levato un grido come un sospiro o un rantolo.La nostra casa mi parla. Anche ora, che non sei più. Fatti valere, ragazzo.

Mi chiamavi per nome, mi chiamavi figlio, e sentire il mio nome dalla tua voce, e udire figlio nel filo caldo della tua voce era strano. Se avessi potuto, ti avrei protetto. La speranza, padre. Ogni settimana, per cinque mattine di seguito ti vedevamo andare a curarti. Io, tuo figlio, ti vedevo andare a curarti e mi faceva male la vita, mi facevano male le macchine che si accendevano e la vita che si spegneva. Dentro di te. La vita che ti consumava, anche se tu l’amavi, la vita che ti sconfiggeva, anche se tu l’amavi. La terapia. Ne parlavi, dicevi la parola, dicevi vado a curarmi, e noi che sapevamo, ci riempivamo di un’amarezza indelebile, definitivamente fissata sulla nostra pelle interiore.

Come sempre, eri puntuale.

Dicevi vado a curarmi, mi mettevi fretta, mettevi fretta a mia madre, come se qualcosa ti potesse guarire, come se qualcosa ti potesse restituire i giorni. All’ospedale, la sala d’attesa stagnante di tempo inutile, e mia madre seduta, sola, lontana dalla nostra casa e dai nostri luoghi, come una bambina timida, vergognosa.

Tu che ti allontanavi, come il ragazzo custode di vita che hai sempre voluto che io fossi, ti allontanavi, vestito con la camicia più nuova e i pantaloni più nuovi e il maglione che ti avevo regalato convinto che potesse riscaldare il freddo di nuovo inverno. Ti allontanavi, e la sensazione orribile che non saresti mai più tornato. Sono entrato in casa. Le finestre chiuse incorniciavano ombre nel buio. Dal silenzio, dalla penombra, spettri, memorie?

No, figure che si rifiutavano di essere memorie, o forse un miscuglio di carne e luce o ombra. E ti ho visto e ti ho pensato ti ho ricordato, a tavola, seduto al tuo posto. Seduto ancora al tuo posto, e io, mia madre e mia sorella, seduti anche noi, attorno a te. Uguali a come eravamo. Stavamo lì da molto tempo, dimenticati, abbandonati dal giorno in cui il trascorrere delle cose si era fermato sulla nostra felicità semplice sincera.

Come una gioia, come se avessimo cenato o aspettassimo la cena, stavamo lì. Tu eri tornato dal lavoro, ed era stata una bella giornata, ed eri contento per questo. Mia sorella era fidanzata. Io frequentavo l’università, e non pensavo ai voti, e avevo giocato a pallone, e avevo vinto, e se avessi perso, era lo stesso. Mia madre, vera madre di tutti noi, ci guardava e sorrideva così e sorrideva per questo. Felici. Lontani dalla pioggia di un’estate nera, lontani dal tuo corpo gelido. Tu eri lì in una camera ardente di gente che mi abbracciava, piena di gente che mi diceva poverino e le mie condoglianze e mi dispiace molto, piena di gente che mi cercava e voleva afferrarmi e dirmi le mie condoglianze e mi dispiace molto.

Il silenzio insepolto

Padre. Perderti. Ho vissuto il silenzio insepolto delle tue labbra morte. E le ombre di noi due, come se solo aspettassero questi pensieri per perdersi, si sono confuse nel nero. La polvere delle ore senza nessuno. E ho pensato non potrebbero gli uomini morire come muoiono i giorni? Così, con uccelli a cantare senza sussulti e il vento calmo che accarezza le foglie e il silenzio che cresce naturale, il silenzio atteso, finalmente giusto, finalmente degno.

Padre. Sei rimasto in tutto. Sovrapposti alla pena indifferente del mondo che finge di continuare, i tuoi movimenti, l’eclisse dei tuoi gesti. Padre. Non sei mai invecchiato, e io volevo vederti vecchio. Ora mi mancano le tue parole. E resto qui. Sono qui. Sento l’eco della tua voce. La tua voce che tace per sempre. E, come se ti addormentassi, ti vedo chiudere gli occhi. Per sempre. Per mai più. Padre. Tutto quello che ti è sopravvissuto mi aggredisce.

Innocente indifeso addormentato sereno, tu. Le idee coperte da legno e vernice e un crocefisso. La bara chiusa. La pioggia, la notte. Mia madre e mia sorella piangevano, dicevano parole e ancora parole. Solo pioggia e notte, padre. Dietro di noi, il passato che cresceva di minuto in minuto.

E tu, ormai senza passato, perduto in lui e a partire da lui eri dolore e parole, pioggia e notte. Tu impassibilmente morto. Padre. Solo pioggia. Solo notte.

Cresce il mattino

Non c’è giustizia nell’insistenza di questo mattino, non c’è giustizia nell’artificio di questa estate. L’aria si finge respirabile. E questo mondo, ora vuoto, vuole essere ancora il mondo. E, in realtà, tutto si mantiene sospeso. Tutto vuole e tenta di essere uguale. Tutti sembrano crederci. Senza di te, le persone vanno ancora dove andavano, seguono ancora le stesse linee invisibili. Ma io so, padre. Si sono perse le leggi con te. Si è perso l’ordine che portavi. Padre. Il cielo trascina nuvole lente.

Cresce il mattino, cresce la stanchezza. E la luce insiste. I minuti passano. Nell’orologio ci sono gli stessi istanti che abbiamo vissuto mille volte insieme e che ora nascono senza di noi e ci oltrepassano. C’è il sole che abbiamo visto mille volte e che ora non ti scalda, che ora non mi scalda. Padre. Passo attraverso tutto e tutto mi lascia e passa attraverso di me. Cado. Avanzo. Indietreggio.

Ho passato la notte da solo. Davanti ad un camino che non esiste più. Padre, che ti sforzavi di scendere dal letto, che sopportavi il dolore per stare qualche minuto con noi. E stavamo lì quasi dimenticandoci della tua malattia. Padre, innocente. Mai ti ho visto così vulnerabile, sguardo di bambino perduto a chiedere aiuto. Padre, mio piccolo figlio.

Noi che ti stavamo vicino, e intorno i tuoi gemiti lontani nella verità che ti ha sotterrato, ti stavamo intorno, con le nostre lacrime inutili.                                                                                                        

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8 Commenti

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  1. Ho 70 ( settanta) anni , ho trascorso solo un Natale ( che non ricordo ) con mio padre deceduto quando avevo 18(diciotto)mesi. Ritengo fortunati tutti coloro che hanno potuto godere la vicinanza di un padre oltre quei 18mesi. Lei è stato un uomo fortunato. Io , se ne fossi capace , potrei scrivere cosa significhi vivere senza l’affetto ed i consigli di un padre.

  2. Caro dott. Serino,

    Sento forte il suo sentimento di amore per suo papà. Empatia la mia forse derivata da esperienza simile. Mio padre morto il giorno del mio 14mo compleanno 55 anni fa ma sempre presente ad ogni passo importante della mia vita. Il rammarico di non averlo potuto conoscere a fondo perché ero troppo giovane per approfondire e fargli domande. L’ho conosciuto e rispettato anche grazie ai racconti che mi hanno fatto di lui i suoi amici, parenti e commilitoni partigiani delle nostre valli. In questi giorni ho visto il docufilm su Mario Gastaldi detto Bisagno, anche lui partigiano non comunista come fu mio padre, anche lui rispettoso della vita, anche dei nemici, e alla ricerca della Libertà. Mi è così ritornata alla mente una affermazione di mio padre: “Nonostante la guerra e la lotta partigiana sono stato furtunato a non aver mai ucciso un uomo…”. Nella sua breve vita è stato di esempio per i suoi figli e per quelli che lo hanno conosciuto. Povero forse ma rispettato. Buon Natale.

  3. Il Natale col passar degli anni diventa un po’ triste perché ogni anno si allunga la lista di quelli che ci hanno lasciato, ma se riusciamo a vederla come una festa religiosa possiamo passarla almeno serenamente.

  4. Stavo pensando se scrivere oppure no.

    Provai a raccoglire delle foto dei miei defunti per incastonarle dentro una cornice e porle su un ripiano.

    Non ce l’ho fatta.

    Quelle foto esistono ma chiuse dentro un album rinchiuso a sua volta dentro un armadio.e questo dopo almeno 20 anni dalla morte de mio padre e 30 da quella di mia madre.

    I loro oggetti di utlizzo quotidiano sono stati il giorno stesso del funerale portati via, tenendo solo alcuni che si potevano chiudere dentro i cassetti o armadi ripostiglio.

    La mobilia me la sono” persa” nei traslochi.

    Quello che mi rimane non lo voglio accostare a loro come ricordo ma come presenza mai persa.

    Loro sono qui, non sono mai andati via.

    Tant’è che questa non è la mia casa ma casa dei miei, tant’è che di mio ci sono gli arredi le suppelletili ma resta casa dei miei.

    Io sono un passaggio, un ospite, una figura casuale e transitoria con la funzione di custode dei ricordi ma dei loro, non dei miei, che ho rimosso.

    Gli psicologhi la chiamano rimozione da trauma.

    Ma sarebbe meglio definirla come dei files che metti nel cestino poi clicchi su elimina ma restano lì inaccessibili per chi non trova la chiave di accesso, ed io non la voglio trovare!

    Solo se penso al passato con approccio analitico storico allora il ricordo non affonda nel dolore, diversamente mi fà a pezzi.

    Anche per questo gli psicolghi hanno una definizione che io banalizzo in effetto Iceberg,,, ormai la glaciazione è diventata una dinamica di difesa automatica. e pare me la abbia fornita quella scuola di algidità di mio padre.

    Io sono loro, i lato sommerso quello di fuoco è mia madre ma fuori c’è lo scudo termico di mio padre, il ghiaccio.che non si scioglie ne con la fiamma interna ne con i fuochi da bersaglio mobile che ricevi mentre percorri il campo di battaglia, detto vita.

    Prima o poi dovrò fare i conti con quelle foto che presumo essere la chiave di accesso che farà esplodere i ricordi rimossi con il timore che a quel punto il ghiaccio si scioglierà e mi divorerà il fuoco per autocombustione.

    Mia madre attende la sua rivalsa attraverso di me.e se non la dovesse ottenere mi distruggerà.

    Pertanto ho scelto di lasciare che fosse mio padre a prendere il sopravvento su di me, l’iperazionalità la si riesce a gestire ma l’ipersensibiltà no!

    L’iperrazionalità contiene l’ipersensibilità nella stessa maniera in cui si può contenere una miscela eslosiva instabile, più cerchi di gestirla più si potenzia e prima o poi avrà la meglio.

    Non ho mai osato chiedere agli esperti del CICAP cosa sia quella strana esperienza di sognare la morte di qualcuno prima che avvenga, ne di sognare le soluzioni di problemi matematici che da sveglia non trovi, di certo lo addurrebbero a qualcosa di paranormale io lo adduco a quello che era mia madre, partendo dal presupposto che nel dna c’è la memoria storica degli avi e che il sogno è una modalità di accesso, i lettore, alle informazioni genetiche.

    lei ha suo padre dentro di se e non nel senso trascendentale ma in quello biochimicofisico.

  5. Oggi sono a pranzo da mio fratello.

    Due persone, io e lui, completamente differenti.

    Io da giovincella ho sempre scelto di farmi natale e capodanno con I miei. Lui manco una festa.

    Non ricordo un solo capodanno in cui mio padre e mia madre potessero brindare con mio fratello la notte di capodannno. Mai e sottolineo mai. Probabilmente anche per questo decidevo di rimanere con loro, non lo so.

    Le estati ugualmente.

    Lui sempre in giro. Io, invece un po’ con gli amici e un po’ con loro. Quando mio padre ando’ in pensione chiudendo la bottega che era praticamente la sua prima casa, lo vidi cambiato improvvisamente. La mattina, allora, decidevo di portarlo con me. Ero l unica in trib a presentarsi col papa’ e per tenerlo impegnato lo mandavo nelle varie cancellerie dei pm per adempimenti vari.

    Poi, ci fermavamo a pranzo fuori.

    Lui orgogliosissimo di me.

    Ricordo le facce dei colleghi. Soprattutto ricordo mio fratello, lui mi ha sempre chiamata lecchina/infantile, ahahah, in effetti.

    Comunque.

    Lui adesso soffre tanto, ovviamente si diverte ancora come un pazzo, conducendo una vita completamente diversa dalla mia. Come secondo lavoro si e’ messo a fare pure il dj, ahaha, dunque, sempre per locali, ma ha sempre una tristezza negli occhi.

    io, invece, mi sono goduta papa’, mi manca poco diciamo il giusto.

    Adoro mio fratello. Tra mio figlio e lui ci sta davvero poca differenza, come affetto intendo.

    N. B le situazioni , in generale,vanno sempre vissute. Financo quelle brutte negative, insomma le peggiori.

    Mai non affrontare proprio.

    Rimanere immobili a fare lo spettatore, il peggio.

    Le relazioni con I genitori sono fondamentali. Io sono quella che sono, nel bene e nel male,perche’ ho avuto quel determinato tipo di rapporto con I miei. Ne sono convinta.

    Mio padre mi ha insegnato il coraggio da leone.( Lui era un esaltato financo arrogantello).Cioe’ ,non sentirsi inferiore ad alcuno. La mia mamma, invece, mi ha insegnato la bonta’, l umilta’, il non ostentare , e poi mi ha insegnato la cosa piu’ bella in assoluto: amare, punto e basta, senza verificare prima chi sia la persona. Mia mamma non mi ha mai chiesto: letizia il tuo fidantazo che lavoro fa, a chi e’ figlio, maiiiiiiiiiiii.

    A differenza delle mamme delle mie amiche, queste ultime non si fidanzavano mai con un pezzente.

    Buon natale

  6. Parlando di dolore vi aggiorno da sky tg24 24 dicembre 2019

    “Attacco jihadista in Burkina Faso: 35 civili uccisi

    E’ accaduto ad Arbinda, cittadina vicino al confine con il Mali che ospita una base militare. Secondo le fonti ufficiali del paese all’attacco hanno partecipato circa cento jihadisti. Le vittime sono in maggioranza donne.

    Almeno 35 civili, la maggior parte donne, sono stati uccisi in un attacco di miliziani jihadisti nel nord del Burkina Faso contro una cittadina che ospita una base militare. Lo ha reso noto il presidente, Roch Marc Christian Kabore.”

    State tranquilli che appena in difficoltà questi jiadisti entreranno in un gommone e tutti in Italia come clandestini.

    Tanto non li controlla nessuno.

    Nell’omelia di papa Francesco “date per avere”.

    Amateli, accoglieteli e pagateli, sono anime innocenti sviate dai problemi terreni.

    Oggi è Natale, sono buono e non commento.

    • Le tempeste del pianeta porteranno sulle sponde di tutti i mari i relitti umani, senza che sarà possibile distinguerci l’uno dall’altro.

      Ai superstiti, nemmeno il ricordo resterà.

      Branchi di disperati vagoleranno senza meta.

    • Da etea le dico che credo più nella buona fede di un Francesco anche se mal risposta e nonostante i giudizi storici sui gesuiti, che in quella di un qualunque Dio.

      Non ha detto:”date per avere” ma ha detto che la regola che vigge nella società è:” dare per avere” ma Dio è gratis.

      Tutto altro signficato da quello che lei ha colto.

      Spesso mi fate sorgere il dubbio che sia più cattolica io come atea che molti di voi che si professano credenti.

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