Cultura, tv e spettacoli

“Gli Undici”, il racconto come cura

Un’indagine narrativa sulle ferite, le scelte e le possibilità di redenzione nell’opera di Stas’ Gawronski

Le conseguenze delle nostre scelte si incatenano a noi nel bene e nel male. Queste saldature, anche quando dannose, ci ricacciano ciclicamente in un meccanismo noto, pur di trattenerci, ma l’uomo saggio indaga una vita intera su questi ceppi, per liberarsene e progredire.

È una battuta di caccia costante senza esclusione di strumenti e tra questi ce n’è uno privilegiato, perché si serve del nostro stesso sistema operativo, quello della narrazione. Essa, infatti, è il primo dispositivo interpretativo e conoscitivo di cui l’uomo fa uso nella sua esperienza di vita (Bruner, 1988). Strumento raffinato è, in questo senso, “Gli undici” di Stas’ Gawronski.

Si tratta di undici racconti, brevi narrazioni, gradini che salgono in superficie toccando luoghi bucolici, città, ospedali, chiese e contemporaneamente si inabissano in ricordi, amori, ferite profonde, speranze. Un andirivieni che ricorda la litografia Relatività di Escher dove le scale collegano ambienti in cui la gravità agisce in direzioni diverse (alto, basso, orizzontale), suggerendo che la nostra visione del mondo è solo una delle tante prospettive possibili.

I racconti si modellano attorno a un personaggio di cui riusciamo a comprendere ogni sfumatura perché lo osserviamo agire nel mondo materiale e in quello spirituale.

Il viaggio inizia con “Una pittrice” attanagliata da attacchi di panico che prova a domarli con una nuova dolcezza verso sé stessa, riflessa anche nel paesaggio esterno: una cascina tra le colline ondeggianti e i filari di vite. Qui, dentro e fuori si parlano come foglie autunnali in un tornello d’aria fino a che si acquietano ai piedi di una croce.

La parola si fa cura con “Un insegnante”. Il prof. Remotti, giunto alla conclusione della sua missione lavorativa, traballa nel percepire la sua precarietà, cammina come un ubriaco nello sciame dei ragazzi in quell’ultimo giorno, mentre “la vita fugge, e non s’arresta un’ora e la morte vien dentro a gran giornate”.

Il Nostro compie allora un piccolo miracolo linguistico, restituisce al vecchio professore il suo cuore giovane, facendo affiorare sulle sue labbra parole in dialetto friulano che, per un attimo, rubano la scena a Petrarca, a Foscolo, perché collocano il protagonista in uno tempo originario, uno spazio materno autentico capace di volgere il male in bene: “Mame esce di casa, si china, appoggia la testa alla mia e dice “front a front, amôr, doi ciâfs, il to e il gno”. Due teste, la tua e la mia. La parola amor nel mezzo, la saldatura d’oro che ricompone i cocci”.

Questa delicatezza narrativa dell’autore si fa chiara analisi di fronte al dolore dei protagonisti, nulla è omesso, tutte le parti della storia vengono raccontate, anche quando fanno male. In “Una figlia” e in “Un giudice” si esprime la dicotomia dolorosa tra immaginazione e analisi esistenziale che obbliga padri e figli a riconoscere la verità della loro storia familiare senza rimanerne sopraffatti. Il dolore si declina in molti modi: è lo schiacciante peso per la morte di un fratello, l’asfissia di una famiglia vuota e dedita alle apparenze o la tortura di un peccato mai confessato.

Ce lo testimoniano “Una sorella”, “Un medico” e “Un fotografo”. Eppure, queste ferite non sono mai l’ultima parola sulla vita, si fanno anzi feritoie di salvezza. Come il medico che a cinquantadue anni, nel ricomporre le fratture, comprende che un trauma ben curato può generare un callo osseo capace di diventare un punto di forza, difficile da spezzare una seconda volta.

Tuttavia, non sempre il cambiamento arriva in tempo. In “Un architetto”, l’ego ipertrofico di lui ferisce a morte lei. Donatella si è lasciata ammaliare da quell’architetto brillante e senza cuore, si inganna, affoga nell’anaffettività di quel narcisista e non trova scampo. Per lui, le parole «si dissolvono come nevischio su una lastra di vetro» e la disperazione della donna — simile al gemito di una Gorgone — resta un rumore di fondo che non lo riguarda.

Questo squilibrio abita anche l’animo di “Un poeta”: un uomo capace di dominare il linguaggio nell’arte, ma prigioniero di relazioni feroci. La comunicazione è un corpo a corpo con l’ex moglie, “il rapace dagli occhi azzurri”, in un gioco crudele di ali spezzate e artigli, dove la parola non costruisce, ma distrugge. E la mancata comunicazione diventa errata lettura di sé in “Uno skipper”.

Skip ama Monica da sempre, ma la perde per paura, realizzando troppo tardi che “Ella te amaba nunca entendiste”. Eppure, persino qui il naufragio non è definitivo: nell’incontro con Salvador che lo porta con sé ad assistere gli ultimi, quell’amore non va sprecato.

Il viaggio si conclude con la dedizione di “Una moglie”. Per il suo Giovanni è disposta a tutto; lui è malato, devastato da quel male, ma si può sperare, sempre, perché anche se sono giorni difficili, non sono ancora finiti e si può agire ancora, si può immaginare ancora.

In queste narrazioni la vita preme sulla scrittura e la guida in modo denso e imprevedibile, costringendoci a delle inferenze costanti, ma mai criptiche, perché riconoscibili in noi e dunque nei personaggi. Gawronski ci mostra da vicino lo scandalo dell’uomo per sé stesso solo per farci intravedere il tepore chiaro della luce, Nur, che l’attraversa.

Fiorenza Cirillo, 18 aprile 2026

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