Caffè avvelenato

Gonne, ciociare, barbapapà: la politica è ridotta a un asilo

Ogni giorno un po' di veleno sulle cose del mondo

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI

Qui al bar ci ricordiamo i tempi degli sfottò all’asilo: “Non mi ha fatto niente, faccia di serpente; non mi hai fatto male, faccia di maiale”. Forse eravamo troppo ottimisti, ma non ci saremmo aspettati che di un tenore analogo sarebbe diventato anche il dibattito politico. Dopo la appassionata querelle su gonne lunghe, gonne corte e niente gonne, donne modeste e donne provocanti, innescata da una battuta pronunciata in buona fede, ma un po’ infelice, di Antonio Tajani, ieri i nostri rappresentanti si sono impegnati in altre dotte tenzoni.

Come quella su “caciara” e “ciociara”, iniziata dopo che Giorgia Meloni ha rinfacciato a un consigliere comunale del Pd di Pontedera di averla apostrofata, appunto, con un epiteto di cui sarebbe stata degna soltanto Sofia Loren, ma utilizzato, ha detto l’illustre Floriano Della Bella, cui spetta la paternità dell’offesa, “nella maniera più dispregiativa”. Il sindaco Matteo Franconi, poi, ha tentato di mettere una toppa peggiore del buco, sostenendo che Della Bella avesse confuso, appunto, il termine “ciociara” con quello che indica, in romanesco, il casino.  Insomma, non voleva dare a Meloni della ciociara, bensì della caciarona. Delle due l’una: o i dem sono cafoni, o sono ignoranti. Scelgano loro.

Ancora più avvincente la disputa tra Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario di Palazzo Chigi, e il generalissimo Roberto Vannacci. Il primo, reo di avere accostato il fondatore di Futuro nazionale a Giuseppe Conte, definendo entrambi dei “barbapapà”. Risposta: “Resta di stucco è un Fazzolaritrucco”. Si vola: un duello epico.

Ora, qui al bar, proprio perché siamo al bar, non pretendiamo di tornare alla politica in cui giganteggiavano i Benedetto Croce o gli Alcide De Gasperi; in fondo, anche la prima Repubblica e l’Italia liberale avevano le loro mezze calzette. Ma la caduta libera della dialettica ci fa sorgere un sospetto: non è che si parla di scemenze perché, in realtà, in questo Paese non si decide nulla di grosso? Perché chi comanda sta altrove, tra Bruxelles, Washington e Pechino? O magari, perché è bene istupidire il pubblico per evitare che ficchi il naso dove non deve? E dunque, è questo ciò che ci rimane? Gonne, ciociare e barbapapà?

Il Barista, 9 ottobre 2026

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