L’attitudine italica all’agiografia cortigiana, smaccata fino al ridicolo, ha trovato in questi giorni molte occasioni per esaltarsi. Scompaiono uno dopo l’altro volti pubblici come Pippo Baudo, Emilio Fede, Giorgio Armani, tutti dai novanta in su e i giornali: è finita l’Italia, è finito il Paese, come faremo senza di lui. E simulano stupore quando avevano pronti nei cassetti i coccodrilli da mesi. Armani come ultimo atto ha rilevato, gli han fatto rilevare la Capannina di Viareggio, in articulo mortis, e tutti sapevano cosa significava. E va bene, nessuno nega che la notizia ci sia, che vada trattata, ma coprirci venti minuti di notiziario su trenta pare un po’ eccessivo come lo sembrano i toni improntati a santificazione e tutti desolatamente uguali.
Una fioritura di “re Giorgio”, “Giorgio il re”, implacabile, incessante, salvo quella testata di ispirazione cattolica che ha pensato bene di chiamarlo “san Giorgio”. Francamente un po’ esagerato. Sì, certo, Armani ambasciatore del gusto italiano nel mondo, testimone di un’epoca vicina, così perduta, ma che il tratto saliente di tutti sia “aveva un impero da 12 miliardi” colpisce, a dire della conferma del successo misurato in finanza. Senza aggiungere, pudicamente, che con quei 12 miliardi poteva largamente controllare i giornali con la pubblicità che è la vera padrona dell’informazione. Un controllo postumo, perché i santi passano ma gli imperi restano. Ma fin qui ci arriviamo, lo accettiamo, magari con il cinismo dell’esperienza, di quelli che hanno “fatto il militare a Cuneo”. Poi ci sono certi che vanno oltre il conformismo e, per eccesso di zelo e di vanità, scadono nel comico surreale.
Barbacetto sul Fatto Quotidiano è riuscito a scrivere che Milano ha perso due simboli, Armani e il Leoncavallo; senza avvedersi o curarsi del grottesco di giustapporre una maison globale con un centro sociale abusivo di straccioni ereditieri. Ma forse ha ragione lui. Comunque dopo questa pensavamo di averle lette tutte e invece ci era sfuggito il compitino da prima media della Lilli Gruber che dalla dipartita di “re Giorgio” trae la notizia somma che era amico suo, che aveva vestito anche lei. Lilli come donna Sophia, come Julia Roberts. Armani anche lui nel club Bildeberg? Lo scrittino di Gruber, ci perdonasse, ha certi passaggi a tratti deliranti in quel mettersi al posto del morto nella bara: “Io perdo un amico prezioso e insostituibile. Un compagno di viaggio speciale da quando, ormai quarant’anni fa, giovane giornalista della Rai di Bolzano, decisi di investire i miei risparmi in una delle sue giacche. Ne trovai una bellissima in uno spaccio: in pied de poule e con le spalle ben strutturate. Quella giacca divenne il mio biglietto da visita perché mi faceva sentire a mio agio, al sicuro: sapevo che non avrei mai più scelto altro (…). Custodirò nel cuore e con grande cura la profonda amicizia che ci ha legato, la stima e i nostri incontri. Ancora oggi, alle ragazze che mi chiedono un consiglio sui primi passi da fare per la loro carriera, non mi stanco mai di dire ‘compratevi una giacca’. Forse ancora non lo sanno, ma quelle ragazze – nel costruirsi il loro futuro – devono tanto a Giorgio Armani. Come gli devo tanto io”.
Una roba un po’ megalomane e un po’ folle, incluso quel tentativo demenziale della sinistra di farne, alla lunga, un compagno armocromista, una bandiera dell’antifascismo elegante, raffinato. La sinistra delle delle Lilli, dei Leoncavallo e le Flotilla griffate “A” sprofonda nel mediocre, sconta il suo ambiguo adattamento ai tempi, al benessere elitario non solo in senso giornalistico o culturale, queste sono cose che si pagano poi nelle urne. Forse alla sinistra griffata Lella non farebbe male un ritorno al cinismo pratico di Togliatti che ogni tanto, sovieticamente, faceva repulisti dei suoi intellettuali organici e li sfotteva pure, crudelmente: “Vittorini se n’è ghiuto (dal Politecnico) e soli ci ha lasciato”. E l’aveva obbligato lui a dimettersi. Uno potrebbe far notare alla sinistra Lilli che quando si racconta addosso della giovane giornalista bolzanina risale a un’epoca geologica remota, che la sua rievocazione allo specchio è patetica, ma forse non sarebbe elegante.
Fatto è che questo snobismo quasi disperato con cui consigliare alle ragazzine di comprarsi una giacca di Armani, come fosse cosa accessibile a tutti, è incredibile, diventa insopportabile al limite dell’offensivo. Se una Gruber a quasi 70 anni non lo capisce, vuol dire che il suo delirio di protagonismo, di onnipotenza prevale sul buon senso, sulla ragione intuitiva. Se non si accorge che così si finisce per risultare odiosi, totalmente autoreferenziali, è il segno di uno scollamento, di una autoreferenzialità sconcertante che poi è la dannazione della sinistra che ha fatto i soldi e parla solo di soldi, pensa in termini di soldi, calcola il successo come la cultura e l’arte in misura dei soldi, della ricchezza. Impensabile fino a trenta, quarant’anni fa sentire il panegirico della ricchezza imperiale da gente che si riconosce di sinistra, ma la rinuncia della sinistra alle responsabilità sociali, di rappresentanza, di cambiamento utopistico, sostituito dalla semplice mediazione dell’esistente, dalla scalata al cielo borghese, data dall’inizio degli anni Settanta.
E che questa sinistra pastello non trovi di meglio che imbarcarsi disperatamente alle pagliacciate marinare, al rivoluzionarismo estetico delle Flotilla finanziate dal Qatar e gestite dagli infiltrati di Hamas, è segno e tragico segno dei tempi.
Max Del Papa, 6 settembre 2025
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