
Smettetela di chiamarlo “nazionalista”. Smettetela di archiviarlo in fretta sotto l’etichetta “estrema destra”. Smettetela di usarlo come una categoria sociologica buona per le risse da talk show. Quentin Deranque aveva 23 anni. E oggi è morto. È morto a Lione dopo essere stato preso a calci e pugni, con un trauma cranico devastante. Questo è il fatto. Il resto è propaganda.
Sette persone sono state fermate in Francia, come ha riferito Bfmtv. Tra loro c’è Jacques-Elie Favrot, assistente parlamentare del deputato di La France Insoumise Raphaël Arnault. E c’è anche Adrian B., indicato come membro della Jeune Garde, realtà vicina all’area del partito guidato da Jean-Luc Mélenchon. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha chiesto a LFI di “fare pulizia”. Mélenchon ha parlato di “calunniatori”. Sui social è intervenuto anche Jordan Bardella, leader del Rassemblement National, accusando la sinistra radicale di aver spalancato le porte delle istituzioni a certi ambienti. La dinamica è quella di una spedizione brutale: almeno sei individui incappucciati, botte alla testa, un ragazzo lasciato a terra davanti all’Istituto di studi politici mentre si teneva una conferenza della deputata Rima Hassan. Il responsabile dell’inchiesta per omicidio volontario, Thierry Dran, ha parlato chiaro: trauma cranico grave. La vittima frequentava ambienti “nazionalisti rivoluzionari”. Era presente anche il gruppo Némésis, guidato da Alice Cordier. La presidente dell’Assemblée nationale, Yaël Braun-Pivet, ha sospeso l’accesso parlamentare di Favrot. Tutto questo è politica. Ma prima ancora è sangue.
Avete visto la sua foto? Guardatelo in faccia. Vi sembra un “pericoloso fascista”? O vi sembra un ragazzo? Aveva idee che molti di noi non condividono. Forse dure, forse radicali, forse sbagliate. Ma in una democrazia si combattono le idee con altre idee. Non con i passamontagna. Non con i calci alla testa. Quando una persona viene massacrata perché sta dall’altra parte della barricata, non è più una questione di destra o sinistra. È una questione di civiltà.
C’è poi un dettaglio che fa rumore: il silenzio. O meglio, il ritardo. Diversi giornali dell’area progressista si sono accorti dell’omicidio dopo giorni. Una settimana di prudenza, di titoli piccoli, di formule neutre. Se la vittima fosse stata un giovane militante di sinistra aggredito da un gruppo identitario, davvero avremmo letto le stesse cautele? Davvero avremmo aspettato così tanto? La domanda non è retorica. È politica. Perché in Francia – come in Italia – c’è un riflesso condizionato: se la vittima è etichettabile come “di destra”, la tragedia diventa subito più complicata. Si cercano le provocazioni, si scavano i precedenti, si mettono le virgolette. Si insinua. Ma un ragazzo di 23 anni non può essere relativizzato. Non può essere ridotto a una categoria.
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Se accettiamo che qualcuno possa morire perché “sta dalla parte sbagliata”, allora abbiamo già perso. Oggi è toccato a Quentin Deranque. Domani potrebbe toccare a chiunque altro. Non si difende la libertà solo quando conviene. Non si piange solo per i “nostri”. Chiamatelo come volete. Militante, nazionalista, radicale. Ma prima di tutto era un ragazzo. E in Europa, nel 2026, un ragazzo non può morire così per una rissa politica. Il resto sono etichette. E le etichette, quando coprono un cadavere, diventano solo un modo per non guardare in faccia la realtà.
Franco Lodige, 18 febbraio 2026
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