Ci va giù duro, Luciano Capone, contro Nicola Gratteri. Il capostipite del Comitato per il No al referendum sulla giustizia, quello che reagisce in maniera stizzita se una giornalista di Quarta Repubblica gli rivolge una banale domanda e cita interviste mai esistite a Giovanni Falcone, pare infatti che ne abbia combinata un’altra. Tornato a Di Martedì, proprio lì dove scivolò sulla buccia di banana, s’è buttato a spiegare come funziona il traffico di droga internazionale (sull’argomento ha scritto un libro “Cartelli di sangue. Le rotte del narcotraffico e le crisi che lo alimentano“) e anche in questo caso, dice Capone, “s’è messo di nuovo a inventare la realtà”.
In che senso? “Trump ha circondato il Venezuela con le sue navi e la marina militare, deve bombardare il Venezuela perché è un narcostato. Ma non è assolutamente vero”, ha spiegato Gratteri ai microfoni di Floris. Intanto perché su quelle barche potrebbe esserci di tutto. E poi perché “la cocaina si produce in Colombia” quindi “Trump per coerenza dovrebbe bombardare le raffinerie di cocaina nella foresta amazzonica, ma in Colombia non in Venezuela”. Insomma: Donald bombarda Maduro ma non Bogotà perché “la Colombia è l’unico stato del Sud America rimasto fedele agli Stati Uniti”: “Il presidente della Colombia dice che la cocaina fa male come il whisky? Sa cosa vuol dire questo messaggio? Formare l’opinione pubblica alla legalizzazione della cocaina per far diventare la Colombia ricca come l’Arabia con il petrolio. È da un anno e mezzo che questo discorso strisciante comincia a girare”.
Il problema, secondo Capone, è che non c’è molto di vero in tutto questo. “Innanzitutto è un po’ esagerato escludere il regime venezuelano dal narcotraffico, non fosse altro perché due nipoti del dittatore Nicolás Maduro sono stati arrestati nel 2015 dalla Dea ad Haiti dove erano andati per spedire 800 chili di cocaina negli Stati Uniti: i narcosobrinos (narco nipoti), condannati a 18 anni, sono poi ritornati nel 2022 in Venezuela in uno scambio con cittadini americani imprigionati dal regime dello zio dittatore”, spiega il giornalista sul Foglio. Ma soprattutto definire la Colombia l’unico stato vicino agli Usa “dimostra un’ignoranza della realtà davvero spaventosa, non solo per un procuratore ritenuto esperto di narcotraffico ma per un qualsiasi cittadino che abbia sfogliato un giornale nell’ultimo anno. Il presidente della Colombia è Gustavo Petro, un ex guerrigliero marxista, politicamente allineato a Chávez e Maduro, con cui Trump si sta scontrando ferocemente. Altro che ‘alleato fedele’ degli Stati Uniti”. A dimostrarlo ci sono i dazi imposti da Trump alla Colombia, il blocco dei migranti irregolari, le sanzioni personali al presidente colombiano, il taglio degli aiuti economici e il fatto che Petro s’è scagliato contro gli Stati Uniti per i bombardamenti contro le navi del narcotraffico venezuelane. Tanto che il presidente Usa negli ultimi giorni ha mandato un avvisto a Bogotà: “La Colombia produce molta droga, hanno fabbriche di cocaina che vendono negli Stati Uniti. È meglio che (Petro, ndr) si dia una svegliata perché sarà il prossimo”. Possibile che Gratteri non lo sappia?
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