Non soltanto gli scontri con le forze dell’ordine, le aggressioni agli agenti e i danneggiamenti. Nell’inchiesta sulla guerriglia urbana scoppiata a Torino durante la manifestazione del 31 gennaio contro lo sgombero di Askatasuna compare anche un’accusa pesantissima: tentato omicidio. A risponderne è un 28enne, accusato di aver contribuito a incendiare un mezzo della polizia durante gli scontri in corso Regina Margherita.
La nuova operazione della Digos, scattata questa mattina, ha portato all’esecuzione delle misure cautelari disposte dalla gip Giulia Caveglia. Sono 16 i provvedimenti indicati nell’inchiesta, che coinvolge attivisti provenienti da diverse città italiane. Per un 28enne residente nell’Astigiano e un 34enne di Torino si sono aperte le porte del carcere. Altri otto indagati sono stati sottoposti agli arresti domiciliari, mentre per sei persone è stato disposto il divieto di dimora nel capoluogo piemontese, accompagnato dall’obbligo quotidiano di presentazione alla polizia giudiziaria. Per tre torinesi è stato inoltre previsto il solo obbligo di firma.
Il mezzo della polizia incendiato e l’accusa di tentato omicidio
Tra gli episodi ricostruiti dagli investigatori, quello più grave riguarda un veicolo della polizia dato alle fiamme nel controviale di corso Regina Margherita, durante le violenze che avevano trasformato una parte del corteo in un teatro di scontri.
Secondo la ricostruzione della Digos, il 28enne avrebbe partecipato all’incendio del mezzo e sarebbe intervenuto per impedire che una pedana di legno, appoggiata sulle fiamme, scivolasse via dal veicolo. Un comportamento che gli inquirenti considerano particolarmente significativo e per il quale viene contestato il reato di tentato omicidio. Si tratta, naturalmente, di un’ipotesi accusatoria ancora da accertare nel corso del procedimento giudiziario.
L’indagine, coordinata dal pubblico ministero Paolo Scafi, aveva già raggiunto una prima fase il 9 ottobre, quando erano stati notificati i decreti per gli interrogatori preventivi. La Procura aveva inizialmente richiesto 19 misure cautelari nei confronti di altrettanti indagati, residenti a Torino e nelle province di Cagliari, Firenze, Genova, Imperia e Reggio Emilia.
Il quadro delle contestazioni comprende, a vario titolo, resistenza aggravata, lesioni a pubblico ufficiale, danneggiamento, travisamento, porto di oggetti atti all’offesa, rapina e tentato omicidio. Le misure sono state adottate dopo gli interrogatori preventivi e la valutazione delle singole posizioni da parte della giudice.
La replica di Askatasuna
Alla notizia dei provvedimenti giudiziari è arrivata la reazione degli autonomi di Askatasuna, che respingono la ricostruzione degli inquirenti e denunciano una presunta volontà delle istituzioni di criminalizzare il dissenso. Nel loro intervento, gli attivisti collegano gli arresti alle mobilitazioni contro il governo, alla questione palestinese e alle proteste sociali degli ultimi mesi.
Questa la replica integrale degli attivisti:
«I reati smisurati che vengono contestati sono l’immagine plastica di come le istituzioni vogliano trasformare il dissenso e il conflitto sociale in un problema di ordine pubblico — attaccano gli attivisti —. Viene sposata una lettura della manifestazione che non tiene conto della spontaneità della rabbia di quella giornata e cerca di rinchiuderla tutta all’interno del solito teorema di “un’oscura premeditazione” , arrivando a disporre i domiciliari anche per chi è accusato solo di essere stato presente vicino o sopra il furgone del corteo. Le lotte che hanno seguito lo sgombero di Askatasuna si sono inserite in un contesto più ampio di opposizione al governo e di rifiuto del genocidio contro il popolo palestinese, di cui è tutt’ora complice. In questi mesi assistiamo ad una grande sollevazione sociale contro il carovita di guerra e i suoi responsabili, gli arresti di oggi rientrano nella strategia del manganello adottata dal governo per punire chi protesta. Oggi però non sarà solo il primo passo concreto di una ingiusta e criminale operazione repressiva, ma l’inizio di un’iniziativa di solidarietà che dovrà saper sostenere chi è stato colpito nelle spese legali che dovrà affrontare e per non lasciarli soli. Il 31 gennaio c’eravamo tutti Que viva Askatasuna».
La guerriglia urbana del 31 gennaio
I provvedimenti sono legati alla manifestazione del 31 gennaio a Torino, organizzata in risposta allo sgombero dello storico centro sociale Askatasuna, avvenuto il 18 dicembre. Una mobilitazione che aveva richiamato nel capoluogo piemontese migliaia di persone provenienti da tutta Italia e anche dall’estero: 60mila partecipanti secondo gli organizzatori, 15mila secondo la Questura.
Il corteo aveva attraversato la città fino a raggiungere la zona di corso Regina Margherita. Qui, nel tentativo di avvicinarsi alla palazzina rossa al civico 47, un gruppo di circa duemila manifestanti aveva dato vita a violenti scontri con le forze dell’ordine schierate per impedire l’accesso all’area.
La situazione era rapidamente degenerata in una guerriglia urbana, con aggressioni agli agenti, danneggiamenti e il mezzo della polizia incendiato, episodio oggi al centro della contestazione più grave. A distanza di mesi, l’inchiesta della Digos prova a ricostruire le responsabilità individuali di quanto accaduto, mentre gli autonomi annunciano nuove iniziative di solidarietà nei confronti degli indagati.
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