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Hanno vinto gli altri poteri

Il successo del no non è una vittoria del centrosinistra. Gli errori della maggioranza e i veri protagonisti del referendum

hanno vinto gli altir poteri meloni Immagine generata da AI tramite DALL-E di OpenAI
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È stato commesso un grave errore di fondo, tanto diffuso quanto poco ammesso, nel pensare che il primato della politica potesse essere riaffermato per decreto. È un’illusione pericolosa, perché confonde lo strumento con la sostanza. Il primato non si impone, si esercita. E per esercitarlo serve, prima di tutto, una classe politica all’altezza.

È proprio qui che il ragionamento si incrina. L’attuale classe dirigente italiana ha mostrato limiti evidenti: scarsa capacità di mobilitare l’elettorato, debolezza comunicativa, incapacità di trasmettere il senso profondo delle riforme proposte. Non basta avere i numeri parlamentari o una maggioranza ampia per vincere nel Paese reale. Servono credibilità, visione e autorevolezza, qualità che oggi appaiono sempre più spesso intermittenti.

Alla luce di ciò, interpretare la vittoria del “No” come un successo del centrosinistra sarebbe un errore di analisi. Non solo perché una parte tutt’altro che marginale di quell’area era schierata per il “Sì”, ma soprattutto perché il risultato ha avuto protagonisti ben diversi dalla dialettica politica tradizionale.

Il vero fronte vincente è stato quello dei cosiddetti “corpi intermedi” e dei poteri istituzionali e culturali. In prima linea si è mossa l’Associazione Nazionale Magistrati, capace di orientare una parte rilevante del dibattito pubblico. Accanto ad essa, la Conferenza Episcopale Italiana ha esercitato un’influenza non trascurabile su segmenti importanti della società. E sullo sfondo, con discrezione ma peso specifico, si è percepita anche la presenza del Quirinale, istituzione che per natura non interviene direttamente ma che rappresenta un punto di equilibrio fondamentale nei momenti di tensione costituzionale, anche alla luce del fatto che, in caso di esito positivo del referendum sulla giustizia, il passaggio successivo sarebbe stato la riforma del premierato.

A questi si è aggiunto il contributo di una parte consistente del mondo accademico, intellettuale e giornalistico, che ha dimostrato una capacità di orientamento dell’opinione pubblica superiore a quella della quasi totalità delle forze politiche. Un blocco eterogeneo, ma coeso nel risultato, che è riuscito a prevalere su un fronte, quello del “Sì”, sostenuto da quasi tre quarti della classe politica parlamentare.

Questo dato, più di ogni altro, impone una riflessione. Se una larga maggioranza politica non riesce a tradurre il proprio consenso istituzionale in consenso popolare, il problema non è nel sistema, ma nella qualità della rappresentanza. La politica, in questo scenario, non solo non è tornata al centro, ma ha mostrato tutta la sua marginalità.

Morale: non siamo di fronte a una classica vittoria di uno schieramento politico sull’altro, bensì all’affermazione di poteri che si collocano, per natura o funzione, al di fuori della competizione elettorale. È la dimostrazione plastica che il primato della politica, oggi, non esiste. E non solo — o comunque non principalmente — per l’esito negativo della recente tornata referendaria, ma perché la politica stessa ha smesso da troppo tempo di esercitarlo.

Salvatore Di Bartolo, 24 marzo 2026

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