Gli ingenui si chiedono se il traccheggiamento ormai cronico fra attacchi, bombardamenti, missili e trattative fra Usa e Iran, con Israele che si è defilata per regolare i conti con i proxy dell’Iran, facendo esplodere uno dopo l’altro i tunnel che Hezbollah e Hamas hanno scavato, sia un modo per tirare in lungo e ottenere condizioni più vantaggiose; altri, tradizionalmente più informati, si interrogano se lo spostamento di tutte le luci di scena su Hormuz, quasi se i bombardamenti sulle regioni iraniane, e i missili sui Paesi del Golfo fossero da considerare solo danni collaterali non sia da porre in relazione con l’ambizione credibile dell’Iran di bruciare i tempi e dotarsi della prima bomba nucleare.
In una guerra senza immagini e senza informazioni, le illazioni sono la norma, ma in questo caso sarebbero qualcosa di più.
Per intanto il mare è tornato a essere il grande protagonista dei conflitti, con l’impressione prevalente che il destino finale di queste guerra si giochi sul controllo dell’interscambio commerciale marittimo, più che sulla conquista dei territori.
Accade nel centro dell’Europa dove Russia e Ucraina hanno attaccato i rispettivi principali snodi per l’esportazione di cereali, dopo che il giorno precedente il traffico marittimo nel Mar d’Azov era stato interrotto, provocando un’impennata dei prezzi del grano.
L’Ucraina ha preso di mira con droni quattro navi nella baia di Taganrog, nel Mar d’Azov, dopo un attacco avvenuto venerdì nella stessa area che aveva interrotto la navigazione lungo un importante corridoio di esportazione. Per parte sua la Russia ha temporaneamente sospeso la navigazione attraverso il canale Don-Azov, la via d’acqua che collega il fiume Don al Mar d’Azov. Inoltre, da venerdì sera ha chiuso lo Stretto di Kerch, che collega il Mar d’Azov al Mar Nero.
I prezzi del grano sono aumentati e ora si torna a parlare dell’effetto indotto del conflitto: un abbattimento nelle scorte di fertilizzanti in tutti i Paesi africani con il rischio, oggi più concreto che mai, di una grande carestia che potrebbe coinvolgere gran parte dei Paesi africani dipendenti dagli approvvigionamenti provenienti dal Golfo Persico.
Nel complesso, dal 6 luglio avrebbe colpito complessivamente una ottantina di navi con focus sulla regione di Odessa, inclusi i porti sul Mar Nero di Odessa e Chornomorsk, oltre a Izmail sul Danubio, nodi fondamentali per le esportazioni di grano dell’Ucraina.
Di Hormuz si parla ormai quotidianamente, con cambi di scenario tanto repentini quanto, in molti casi, irrealizzabili. Compresi i dazi annunciati dal Presidente Usa, immediatamente condannati da quella stessa comunità internazionale che non ha mai profferito verbo sul dumping cino-iraniano sul petrolio, ovvero sulla vendita a Pechino a 7/8 dollari al barile del greggio made in Teheran
Il numero di navi in transito nello Stretto di Hormuz è sceso domenica ai livelli più bassi delle ultime settimane.
Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato lunedì che la loro marina ha fermato due navi nello Stretto di Hormuz durante la notte, disattivandone i sistemi. Non sono stati resi noti i nomi delle imbarcazioni coinvolte.
Nella guerra… che non appare, fra Iran e Usa i porti, eccezion fatta per quelli Emiratini, sono per ora stati risparmiati (anche se nelle ultime ore alcuni scali iraniani sono stati colpiti), idem i terminali petroliferi di Khargh Island. Come dire, oggi c’è la guerra, ma domani la domanda di petrolio potrebbe tornare a crescere.
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