Alla fine, la montagna del moralismo è crollata. E ha partorito una sentenza. I giudici della Corte costituzionale, con la decisione n. 135 del 2025, ha stabilito che quel tetto di 240 mila euro lordi annui imposto ai dipendenti pubblici è, udite udite, incostituzionale. Ma aspettate un attimo: chi l’ha deciso? I giudici. E su cosa? Sul loro stesso stipendio. Perché non prendiamoci in giro: tra i più colpiti da quella norma, fin dall’inizio, ci sono proprio i magistrati e gli alti burocrati dello Stato. Quelli che oggi esultano in silenzio, mentre la Consulta rimette mano al portafoglio.
Ricostruiamo i fatti. Il famigerato tetto retributivo nasce nel 2011, nel pieno della crisi, come misura “straordinaria”. Tradotto: un modo per far vedere che anche la “casta” pagava dazio. Poi nel 2014, il governo guidato da Matteo Renzi – nel suo solito stile da annuncite – decide di fissarlo per decreto: 240.000 euro per tutti, senza distinzioni, ruoli, responsabilità o merito. Una genialata.
Così si colpiscono magistrati, direttori generali, capi di dipartimento, tecnici eccellenti che lavorano nel pubblico. Ma attenzione: non si tocca lo spreco vero, quello sistemico. Si fa solo scena. Si dà in pasto un simbolo all’opinione pubblica: “Guardate, abbiamo tagliato gli stipendi d’oro!”. Peccato che si siano tagliati competenze, attrattività e indipendenza.
La Consulta, per anni, ha lasciato correre. Perché? Perché “c’era la crisi”, e allora si poteva chiudere un occhio. Ora che la crisi è passata – almeno formalmente – quel tetto è diventato un problema costituzionale. Curioso, vero? Quando tocca agli altri, tutto bene. Quando comincia a bruciare in casa propria, scatta il garantismo retributivo. La Consulta ha stabilito che il limite non può essere “fisso” ma deve tornare a collegarsi al trattamento economico del primo presidente della Corte di Cassazione. Insomma, lo stipendio torna a salire. Come per magia. Con la benedizione della Corte di giustizia europea, che pure ha messo nero su bianco – con la sentenza del 25 febbraio 2025 (grande sezione, cause C-146/23 e C-374/23) – che non si possono tagliare a cuor leggero le retribuzioni dei magistrati.
Che sia chiaro: il principio in sé – pagare il merito, non tarpare le ali al talento pubblico – è sacrosanto. Lo abbiamo detto mille volte: uno Stato serio deve trattenere le menti migliori, non regalarle al settore privato o farle fuggire all’estero. Ma il problema è la coerenza, come spesso accade. E non solo in politica, per intenderci. Per anni ci si è riempiti la bocca con l’etica pubblica, con l’equità, con la “sobrietà della politica”. E ora, quando il vento gira, improvvisamente diventa tutto incostituzionale?
Naturalmente, trattandosi di una incostituzionalità sopravvenuta, la declaratoria di illegittimità non è retroattiva e produrrà i suoi effetti solo dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza nella Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana. Nessun rimborso per chi ha perso decine di migliaia di euro negli ultimi dieci anni. Però – udite ancora – dal giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta, il tetto salta. E si torna al modello “onnicomprensivo”, variabile, costruito intorno alla retribuzione del vertice della magistratura. Chi ci guadagna? La risposta è piuttosto semplice…
Franco Lodige, 28 luglio 2025
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