Questa volta non ci sono scuse, non ci sono interpretazioni creative, non c’è il solito tentativo di mascherare l’odio dietro l’attivismo politico. A Monteverde, quartiere tranquillo della Roma borghese, due incappucciati hanno passato la notte a imbrattare la sinagoga come se fosse un bersaglio da colpire in nome di una causa qualunque. “Monteverde antisionista e antifascista”, “Palestina Libera”: slogan buttati sui muri con la stessa leggerezza con cui si gioca ai rivoluzionari da tastiera. Ma qui non c’è niente di leggero: c’è la profanazione della targa dedicata a un bambino di due anni, Stefano Gaj Taché, ucciso dal terrorismo palestinese nel 1982. Un bambino. E oggi, quarant’anni dopo, il suo nome viene macchiato ancora. Uno schifo.
Le telecamere hanno ripreso tutto, la Digos sta lavorando sulle immagini, e sì, speriamo che prendano questi Pro Pal che non conoscono il significato della parola vergogna. Ma il punto non è soltanto chi ha tenuto in mano la bomboletta: è il clima che consente a questi personaggi di sentirsi legittimati. Victor Fadlun, presidente della comunità ebraica di Roma, lo ha detto in modo chiarissimo: “All’indomani dell’ennesima manifestazione pro Pal al tempio di Monteverde è stata profanata la targa di intitolazione […] l’antisemitismo è diventato uno strumento di contestazione politica il più abietto possibile”. Parole pesanti, tranchant, eppure fin troppo aderenti alla realtà.
La sinagoga è stata già ripulita, ma non basta una mano di vernice per cancellare la violenza simbolica subita. Fadlun lo ha spiegato ancora meglio: “Questo è un gesto che oltraggia la comunità ebraica, la ferisce profondamente”. E lo è davvero. Perché un luogo di culto, frequentato da famiglie e bambini, è uno degli spazi più delicati di una città. Toccarlo significa voler colpire chi lo vive. Significa dire agli ebrei: non siete al sicuro. È questo il messaggio, inutile girarci intorno.
La politica reagisce, speriamo in maniera compatta. Tajani condanna senza mezzi termini: “Basta antisemitismo, basta odio”. “Un episodio grave e preoccupante. Esprimo totale condanna per questo gesto vile e vigliacco, massima solidarietà alla comunità ebraica. In Italia non c’è spazio per l’odio e l’antisemitismo” il j’accuse di Matteo Salvini. Qualcuno a sinistra si fa sentire, per fortuna: la Lorenzin definisce il gesto “indegno” e ricorda che la targa imbrattata è dedicata a “un bimbo di soli 2 anni”. Il sindaco Gualtieri, dal canto suo, ribadisce che colpire un luogo di culto e la memoria di un bambino “è un atto gravissimo”.
Leggi anche:
E va bene, tutto giusto. Ma serve dirlo con più forza: questo non è un vandalismo qualunque. Non è un eccesso da corteo. Non è una scritta che finisce sui muri e poi sbiadisce. È antisemitismo. Quello vero, quello che torna sempre quando qualcuno decide che l’ebreo è un simbolo da colpire. E la cosa più grave è la naturalezza con cui certe frange trasformano la causa palestinese in un lasciapassare per aggredire gli ebrei italiani. Che non c’entrano nulla. Che non hanno colpe. Che vogliono solo vivere la loro vita, come tutti.
È qui che bisogna essere netti: chi vandalizza una sinagoga è un vigliacco e un antisemita. Punto. La politica faccia il suo, le indagini pure. Ma il clima lo fermiamo noi, chiamando le cose con il loro nome. Perché ogni volta che l’odio contro gli ebrei viene normalizzato, anche solo un po’, la storia ci ha mostrato dove si finisce. A Monteverde non è stato sfregiato un edificio come tanti. Sono stati sfregiati gli ebrei romani. E questo, in un Paese che pretende di chiamarsi civile, non può essere tollerato nemmeno per un istante.
Franco Lodige, 1 dicembre 2025
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra


