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I russi hanno torto, però…

Nel condannare Putin c’è anche chi vuole per forza un nemico ideologico per paura di perdere l’identità

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L’invasione dell’Ucraina voluta dal nuovo imperialismo russo con le sue distruzioni di case, di edifici civili, di monumenti, con le migliaia di vittime civili e militari, con i milioni di profughi che si riversano sulla generosa Polonia rende superflua la domanda da che parte stare. A destra e a sinistra tutti vedono in Putin il reo di crimini contro l’umanità. E tuttavia le opinioni sulle cause della guerra in corso e sul come fermarla divergono spesso radicalmente.

Ed è naturale che sia così se si pensa alla geniale riflessione di Hegel, il più grande filosofo dell’Ottocento: “Il tragico della storia non è la lotta del giusto contro l’ingiusto, ma quella del giusto contro il giusto”. È giusto fornire armi all’Ucraina, si chiedono gli uni, per protrarre una guerra che seminerà altri morti e altre devastazioni? Si può chiedere al Davide ucraino di deporre la fionda e diventare schiavo del Golia russo, ribattono gli altri? Uno Stato sovrano non ha il diritto di associarsi, per la sua difesa, con chi gli pare? Sì, ma ci sono considerazioni geopolitiche di cui si dovrebbe tener conto: gli Stati Uniti tollererebbero, forse, un Canada legato alla Cina di Xi?

Andando ancora più a monte, alcuni ritengono che la ‘ragion di Stato’ – la sicurezza dei confini – sia un retaggio dell’Ottocento e che le democrazie non abbiano nulla da temere le une dalle altre, mentre altri pensano che, ai di là delle forme di governo, essere accerchiati da stati potenzialmente ostili è qualcosa da evitare. “Meglio rossi che morti” dicono gli uni. “Non si può perdere la dignità per salvare la vita” replicano gli altri. Quot capita tot sententiae, dicevano gli antichi.

Ebbene è proprio per questo che anche gli antiputiniani più convinti (come me) avvertono un fastidio sempre più profondo per le aggressioni verbali piovute su quanti – Donatella Di Cesare, Franco Cardini, Luciano Canfora, Piero Sansonetti etc. – vorrebbero porre fine all'”inutile strage” sia pure con compromessi e lacerazioni dolorose (come quelli, ad es., che costarono l’Alsazia-Lorena alla Francia sconfitta da Bismarck). Ci sono giornalisti, come Claudio Cerasa, che senza un nemico ideologico temono di perdere l’identità. È questa, in fondo, la peggiore eredità del fascismo.

Dino Cofrancesco, Il Giornale del Piemonte e della Liguria 23 marzo 2022