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I sindacalisti tornino a lavorare - Seconda parte

I sindacati stanno peggio dei politici. Ma trovano sempre un posto al tavolo del governo

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Come i politici i nostri sindacalisti non vanno mai in pensione. E quando ci vanno suscitano domande curiose sull’entità del loro assegno. Se poi un sindacalista fa pure il politico assume il profilo di un vecchio personaggio della comunicazione pubblicitaria degli anni Sessanta: Ercolino sempre in piedi. O se preferite assume la personalità multiforme di un Fregoli. Uno dei più dinamici, in questo senso, è certamente Cesare Damiano. In forza del suo ruolo di sindacalista Cgil assunse un incarico di Governo non marginale (ministro del Lavoro nel Governo Prodi). Come politico è entrato nel cda dell’Inail (curioso caso di controllante che si fa controllato) e presidente di una commissione consultiva per il Governo (estendendo la qualifica di “usuranti” a tutti i lavori praticati nel Paese, e indicando la nuova categoria dei lavori “gravosi”: quale lavoro non è gravoso?). Ma senza rinunciare alla piazza: la settimana scorsa insieme agli edili Damiano ha protestato per una più generosa Ape sociale.

Politico e sindacalista per tutte le stagioni. Politici e sindacalisti sono come gli esami, non finiscono mai. E un posto al tavolo del Governo lo riconquistano sempre. Perché non si potrebbe introdurre una norma che imponga – ogni cinque anni? Ogni dieci? – il ritorno sul luogo di lavoro per chi fa attività sindacale? E perché non si obbligano i politici alla fine dei due mandati (che nemmeno più i grillini vogliono difendere: sugli scranni che contano si trovano bene anche loro) a tornare a riprendere i mezzi pubblici (senza fotografi al seguito), o a fare la spesa al supermercato (senza scorta)?

Antonio Mastrapasqua, 16 novembre 2021