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I video choc (rimossi) della polizia anti Covid

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Un anno fa ci aggiravamo storditi dentro una Pasqua incredula, rintocchi di campane nell’aria malata, ombre di cani con umani al guinzaglio. Ci dicevano: è il morbo, oscuro, infido, ma sarà l’unica volta, abbiate fede nella scienza e nel governo. Un anno dopo il morbo c’è ancora e c’è ancora la clausura e abbiamo scoperto che la scienza non era poi così sicura e, quanto al governo, era affidabile come una banda di magliari; quello di prima e questo che l’ha sostituito e che poi è grossomodo lo stesso, al netto di qualche incauta nuova entrata.

Stato di polizia

Però quest’anno è peggio e non solo perché è la seconda volta. Un anno fa avevamo almeno il conforto della sorpresa, ci sentivamo tutti aggrediti e questo in qualche modo ci univa in una trincea di resistenza disperata. Adesso siamo noi contro di noi, assuefatti e incarogniti, abbiamo perso le residue speranze, qualsiasi certezza tranne una: non finirà questa cattività, perché non deve finire, perché somiglia molto a un golpe promosso da chi il potere ce l’ha già. E del golpe ha tutte le sembianze inquietanti. Gira un video, subito rimosso dal collaborazionista Facebook, ma su Telegram si trova ancora, di una irruzione di un commando di polizia in assetto; siamo in Sardegna, ma quanti sono? Due, cinque, otto, dieci agenti entrano in una casa privata, forzano la porta con un asse di ferro, non si giustificano, non hanno mandato, irridono le proteste del legittimo proprietario, dicono solo: ci ha chiamato qualcuno. Arrivano al grottesco, incolpano il privato cittadino di averli costretti a scardinare la porta provocando il ferimento di uno di loro: “Quando la polizia bussa si apre, capito? Lei si deve vergognare!”. Ma sì, come in Sud America. E non serve chiamare l’avvocato, le forze dell’ordine non lo calcolano proprio, se ne fregano e tutto per una riunione considerata clandestina, di alcuni amici che ascoltano della musica. Terribile. Allucinante.

Sempre dalla Sardegna affiora un altro video, c’è un ristoratore disperato, circondato da polizia e vigili urbani i quali gli spiegano che se non vuole fare l’autocertificazione non c’è problema, non è obbligato, però loro lo multano. Se la prendono poi con un anziano seduto davanti a un bicchiere ma non è un furbetto dell’aperitivo, è un vecchio che si è sentito male e gli hanno portato qualcosa: le guardie, con sprezzo del pericolo, neanche una piega. “Vi ha chiamati qualcuno?” domanda il gestore e loro, un po’ supponenti, infastiditi: sì, ci ha chiamato qualcuno.

Delazione, trionfo del sospetto

Noi contro di noi, il trionfo del sospetto, dello zelo infame, dell’ “a quello gliela faccio pagare”. E questa sarebbe la Pasqua d’amore? Noi contro di noi e tutti contro tutti in un carosello infernale di squallore e di insanità mentale. Conduttori che sbroccano e maledicono i medici considerati indegni, narcisi da social che cascano preda delle loro vanità, altre che passano il tempo a filmare, a sputtanare chi gira con la mascherina storta, come dipendesse da loro la morale pubblica. Una influencer in delirio di onnipotenza accusa la Regione Lombardia di non fare il suo, di aver chiamato la nonna al vaccino solo perché lei è lei, Chiara Ferragni, la imprenditrice dei selfie, poi si scopre che non aveva indicato il Comune di residenza, che non è capace nemmeno di compilare un modulo. E la femminista ossessiva che fatica a pagare la mercede alle femmine che lavorano per lei e si sdegna se qualcuno glielo contesta. E gli attivisti umanitari dagli affari loschi, “stasera stappiamo lo champagne”, “pur che duri, io a lavorare in un bar non ci vado”.

Retorica della solidarietà

Tutti inzuppati nella retorica della solidarietà, del bene comune, del sacrificio che ci rende liberi, tutti avvelenati dalla loro proiezione, dalla loro ambizione, dalla pretesa di sottrarsi alle imposizioni che valgono per gli altri, dalla idolatria di loro stessi. Ipocriti. Farisei. Sepolcri imbiancati senza nemmeno un pudore residuo, di facciata, al grido “era un altro momento”, “lui è peggio di me”, “per me garantisco io”.