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Referendum giustizia

Il caso Fontana ci insegna: riformare la giustizia è una guerra

I cittadini hanno un’arma a disposizione: bisogna andare a votare per i referendum sulla giustizia

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Non possiamo fare finta di nulla e lasciare passare anche questa tornata referendaria sulla giustizia con un nulla di fatto. La guerra ha comprensibilmente stravolto l’agenda e la priorità dell’informazione. Difficile non occuparsi dell’invasione russa e dei morti per la guerra in corso nel cuore dell’Europa. Ma la riforma della giustizia è la guerra, se ci si permette il ruvido accostamento, dei nostri ultimi trent’anni. Dal 1992 ad oggi una parte della magistratura ha pensato che il Paese dovesse essere riformato per via giudiziaria. Non che la cosa non fosse nel dna di una certa magistratura politicizzata negli anni precedenti, ma la differenza era che allora la politica aveva un ruolo e un peso.

Oggi continua ad esser annichilita, schiacciata dal gesto di un procuratore. Su queste colonne un ex presidente del Consiglio di sinistra, Matteo Renzi, a cui hanno indagato tutta la famiglia e gran parte della sua corte, racconta come il sindaco Lucano sia stato protetto grazie ai suoi rapporti con una parte della magistratura di sinistra.

Il capo della Lega al contrario è sotto processo per sequestro di persona, anche per il voto del partito di Renzi, e chi si azzarda a testimoniare in sua difesa, come è successo nei giorni scorsi, viene «intimidito», dice la difesa.

Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, è stato maciullato da un’inchiesta, durata il tempo della pandemia, e poi prosciolto perché il fatto non sussiste. Si dirà: la giustizia ha fatto il suo corso. Un corno. Se Fontana, allora al centro del cratere del Covid nel mondo, non avesse avuto la pellaccia dura, e non avesse resistito, oggi sarebbe solo un ex presidente. Certo, innocente, ma ex. Quanti sindaci, politici, amministratori pubblici hanno avuto la vita rovinata da processi che si sono conclusi con un niente di fatto.

Jonella, Paolo e Giulia Ligresti hanno perso tutto, compresa la libertà e sono stati assolti. Il giorno in cui Jonella, la più grande delle sorelle, è stata condotta in carcere a Cagliari, ha avuto la fortuna di avere uno dei due figli maggiorenni, altrimenti le avrebbero tolto anche loro. Prima Cagliari, poi Torino, poi San Vittore e poi dopo circa sei mesi, domiciliari e poi assolta da tutto. Al funerale del padre, Salvatore, non c’era il bel mondo (con l’eccezione del solo Diego della Valle) che si era dileguato. Gente senza attributi, lacchè, ma anche la paura di mettersi contro all’unico potere che in Italia non ha limiti: quello delle procure.

Quando i politici smetteranno di usare le inchieste per i loro comodi elettorali e capiranno che un Paese non si governa con le manette, ebbene quel giorno avremo fatto un grande passo avanti e chiuso questa guerra trentennale. I referendum sono la nostra arma.

Nicola Porro, Il Giornale 15 maggio 2022