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Ad Onor del vero, un’autobiografia politica e civile (Francesco Forte)

Ad Onor del vero, un'autobiografia politica e civile

Autore: Francesco Forte
Anno di pubblicazione: 2017
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Ritornano in grande voga gli allarmi catastrofisti sull’ambiente. Ieri su la Stampa abbiamo letto l’ultimo rapporto dell’Icct, l’organizzazione internazionale che con sicurezza scientifica ci dice che in Italia ci sono state nel 2015, 7800 morti premature per inquinamento, di cui una buona parte deriverebbe dalle polveri delle auto diesel. Ci fidiamo di queste statistiche dal contenuto incerto (come si possa falsificare o verificare la morte prematura, posto che non abbiamo, noi esseri umani una data di scadenza certificata è un mistero) come se fossero dogmi religiosi.

Mi è così venuto alla mente uno stupendo passaggio di un libro del grandissimo Francesco Forte, A Onor del vero, Un’autobiografia politica e civile (Rubettino editore). Forte si scontra con il mondo accademico della sua generazione: “Avevo scoperto inoltre che il principale punto debole dei comunisti era il calcolo matematico, per il quale non sembravano avere attitudine. Anche quelli del Partito d’Azione erano deboli nel calcolo matematico. Ma in un altro modo. Loro potevano mettere insieme un sistema di equazioni elegante che io non riuscivo a maneggiare. Ma i numeretti, questa cosa banale che a me interessava molto, non li frequentavano. Così ignoravano che se 2×2 fa quattro, 2,5×2,5 fa 6,25, mentre basta togliere un 1 in coda a 2,5 e farlo diventare 2,4 e fare lo stesso per il moltiplicando 2,5 trasformato in 2,4 per ottenere solo 5,76, ossia 0,49 di differenza, un multiplo di 0,2 derivante dalla somma di 0,1+0,1”.

Cosa intende Forte? Semplice: basta cambiare di pochissimo una moltiplicazione (togliere uno 0,1) per avere risultati molto diversi da quanto ci si potesse aspettare. Ma leggiamo ancora: “Chiesi allora a Garegnani di darmi la possibilità di sostenere che il determinismo avesse il 2-3 per cento di errore. Così arrivai da lui con un manualetto di matematica attuariale in cui c’era il calcolo di quanto aumenta una lira con gli interessi composti e gli chiesi: «Mi dai un interesse composto fra il 3 per cento e il 2 per cento che non è molto alto come margine di errore?» Patteggiato l’interesse composto come margine di errore della perfetta previsione, dimostrai che la probabilità composta di una incertezza annua di 3 su 100 avrebbe portato in 156 anni alla indeterminazione del 100 per cento. Patteggiato il 2 per cento di indeterminazione si arrivava al 51,8 per cento di indeterminazione dopo 200 anni: un tempo molto lungo. Ma ne sarebbero bastati altri 38 per arrivare al 100 per cento”.

Il ragionamento adesso diventa ancora più chiaro. E Forte dunque ci aiuta nella conclusioneil tuo determinismo, avendo questo buchettino, è diventato indeterminato… La discussione andò avanti per molto tempo senza concludere nulla. Così mi convinsi che le leggi deterministiche del comunismo nelle menti confuse dei filosofi-economisti comunisti erano non un ragionamento scientifico ma una religione”. Come è appunto diventato il catastrofismo ambientale che non si può discutere, e i cui sacerdoti sono intoccabili.

Nicola Porro, Il Giornale 10 marzo 2019

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2 Commenti

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  1. allego un estratto per contribuire alla discussione, spero sia utile.
    Il Delta del Po progetti e scenari sostenibili
    a cura di Giovanni Campeol
    Il POLIGRAFO Padova 2014
    … omissis …
    Il Delta del Po: riflessioni sullo sviluppo sostenibile
    Giovanni Campeol
    … omissis …
    2.1 Il cambiamento climatico: un grande psicodramma planetario
    Negli ultimi anni il tema del cambiamento climatico ha generato nella percezione collettiva un elevato senso di colpa e di
    frustrazione, soprattutto nelle culture industriali avanzate. Detto generale senso di colpa è sostanzialmente immotivato ma
    mantenuto alto da tutta una serie di attori del mondo universitario, della ricerca scientifica, ma anche di alcuni settori imprenditoriali.
    Va ricordato che questo senso di colpa per un mondo che sta per sprofondare in una catastrofe (ieri divina, oggi ambientalista) non è
    recente nella storia dell’umanità. Nei secoli passati organizzazioni religiose e non, spesso collocate in opposizione alle strutture
    politiche dei governi del tempo, hanno enfatizzato il pericolo di una perdizione dell’umanità, colpevole di peccati gravi contro Dio.
    L’idea che si materializzi un giudizio terreno della Natura, per le colpe legate al modello di sviluppo industriale, è oggi fortemente
    introiettata in alcuni strati sociali.
    Per demolire questa visione dei processi che caratterizzano le trasformazioni del clima, è necessario adottare il metodo della
    confutazione.
    2.2 La certezza del dato
    Un dato si definisce scientifico quando esso, confutato più volte, si dimostra vero. Questo concetto fondamentale di Karl Popper1 è la
    base per verificare l’attendibilità dei dati “scientifici” presentati da un certo numero di scienziati e ricercatori a sostegno della teoria
    della colpa umana (o meglio della colpa del modello capitalistico) nel contribuire in modo determinante al cambiamento climatico.
    Affermare che il riscaldamento della terra è direttamente condizionato dall’emissione di gas serra di natura umana appare non
    dimostrato, in quanto il livello di correlazione tra le informazioni a disposizione e l’universo statistico di riferimento è assolutamente
    insignificante.
    Va ricordato che dal punto di vista della ricerca scientifica è necessario che i dati raccolti siano significativamente rappresentativi del
    complesso delle informazioni generatrici di un fenomeno.
    Per definire attendibile un sondaggio statistico sulle opinioni degli italiani, in merito a un determinato argomento, è necessario che il
    numero degli intervistati sia sufficiente a rappresentare l’universo statistico di riferimento, ovvero il numero della popolazione, e che
    questo sondaggio sia correttamente suddiviso per aree geografiche, per classi d’età, per formazione culturale, per capacità di reddito
    ecc.
    Questo principio di rappresentatività del dato è la condizione minima per dare scientificità a una teoria. Pertanto è necessario
    verificare se la serie storica statistica delle temperature della terra2, ad esempio dell’ultimo secolo, sia sufficiente per definire,
    appunto, una teoria generale del cambiamento climatico.
    Ovviamente tale condizione statistica non è assolutamente esistente! Infatti, assumendo per certi3 e correttamente rilevati i dati sulle
    temperature della terra nell’ultimo secolo, quest’ultimi avrebbero un valore statistico assolutamente non significativo, rispetto
    all’universo statistico di riferimento che è rappresentato dalla vita della terra, vecchia di miliardi di anni.
    Il fatto che si sia in possesso di pochi dati sul clima non viene mai espressamente dichiarato da quel “sapere” scientifico che cerca in
    tutti i modi di avvalorare la tesi della “colpa umana” sul cambiamento climatico. Condizione questa che riproduce, con strumenti più
    sofisticati e globalmente pervasivi, una certa cultura oscurantista che nel medioevo inneggiava alla imminente fine del mondo a
    causa dei peccati commessi dall’umanità.
    La disamina delle catastrofi più recenti, intese come anomalia rispetto al passato, è una lettura distorta che dimentica quante
    situazioni disastrose si sono verificate sempre nel passato e di cui si ha solo qualche informazione coperta dall’oblio (quanti fatti
    come la distruzione di Belize City nel 1930, nell’attuale stato del Belize, a causa di un uragano con annesso maremoto si sono
    manifestati in epoche diverse? E che dire della scomparsa di Atlantide, della subsidenza di molte zone del mondo ecc.).
    I pochi dati dell’ultimo secolo non sono assolutamente sufficienti per affermare una correlazione tra cambiamento climatico e attività
    umane. Infatti come si spiega allora il clima mite intorno agli anni dal 1000 al 1300 che consentiva di coltivare la vite nell’attuale
    Groenlandia4?
    1 Congetture e confutazioni, il Mulino, Bologna 1969.
    2 Dati che devono essere ricavati da una diffusa e omogenea distribuzione geografica globale.
    3 Come si è venuti a conoscenza, qualche anno fa, attraverso i media di tutto il mondo, alcuni studiosi hanno volutamente falsificato alcuni dati sul
    clima terrestre al fine di giustificare la loro teoria sulle responsabilità del modello industriale nel cambiamento climatico.
    4 In danese significa letteralmente verde terra.
    I dati dell’ultimo secolo possono solo affermare un aumento della temperatura, ma i modelli di simulazione effettuano previsioni
    generalizzate, incapaci di verificare se le modificazioni climatiche recenti sono da attribuire al riscaldamento globale del pianeta o a
    fenomeni fisiologici legati alla ciclicità che caratterizza l’evoluzione del clima terrestre.
    Anche Chicco Testa, presidente di Legambiente dal 1980 al 1987 e con il quale ho contribuito a promuovere in quegli anni questa
    associazione ambientalista, poi deputato verde del Pci-Pds e successivamente presidente dell’Enel, affermava che “…il
    catastrofismo consiste nella moda dilagante di giudicare la propria situazione reale confrontandola con l’ideale…” e al riguardo di un
    tema di grande impatto nell’opinione pubblica come l’elettrosmog afferma che “…l’elettrosmog non è considerato un problema
    rilevante per la salute in nessun paese del mondo.
    In Giappone, la nazione con gli abitanti più longevi del pianeta, i cavi e le altre installazioni sono addirittura a cielo aperto, non è
    previsto che vengano interrati…”.
    Certamente il più famoso esperto internazionale che ha deciso di confutare l’approccio catastrofista di una parte del mondo
    scientifico è Bjorn Lomborg, esperto di statistica dell’Università Aarhus in Danimarca, il quale dopo aver letto nel 1997 un’intervista
    all’economista americano Julian Simon, che confutava le tesi degli ambientalisti senza fondamento scientifico, ha deciso di verificare
    lui stesso dette tesi.
    Probabilmente il saggio più importante di confutazione delle tesi dei catastrofisti è proprio di Lomborg che, con il suo The Sceptical
    Environmentalist, demolisce scientificamente una grande quantità di queste teorie.
    2.3 La debolezza delle previsioni degli “scienziati”
    Molti esperti da sempre hanno messo in guardia dal pericolo che nel futuro si manifestino situazioni drammatiche con, ad esempio,
    grandi consumi energetici tali da sfiancare la capacità di sopravvivenza del nostro sistema industriale.
    Nel 1983 curai una pubblicazione per una rivista5 sul tema dei consumi energetici, intervistando due grandi esperti, di aree politiche
    diverse, Umberto Colombo e Giorgio Nebbia, su quale sarebbe stato lo scenario dei consumi energetici in Italia al 2000.
    Ambedue stimarono un consumo simile: Giorgio Nebbia, con uno scenario virtuoso a basso consumo, di 145 M/tep/anno; Umberto
    Colombo, con uno scenario di bassa crescita, di 150 M/tep/anno.
    Ebbene le statistiche al 2004 del Ministero delle Attività Produttive, prima del manifestarsi dell’odierna grande crisi economica,
    avevano calcolato un consumo pari a 100 M/tep, ovvero inferiore di circa il 33%. Come a dire che il sistema paese aveva fatto molto
    meglio delle previsioni di un ambientalista convinto quale Giorgio Nebbia e di un ex ministro e nuclearista convinto come Umberto
    Colombo.
    Si conferma ancora una volta che gli esperti a volte non sono in grado di prevedere le trasformazioni future in quanto troppo
    proiettati sulle proprie convinzioni e, a volte, chiusi alla confutabilità dei loro dati.
    2.4 Il principio dell’equilibrio dinamico e ciclico
    La visione catastrofista sul cambiamento climatico non tiene conto che l’ecosfera è regolata da processi dinamici e ciclici.
    Questo fatto lo riconosce lo stesso Barry Commoner, da me anche intervistato agli inizi degli anni ’80 sugli scenari energetici futuri,
    che considerava i cambiamenti climatici frutto di “…una mutazione ciclica…”. Affermazione ovvia, ma pare non molto considerata da
    un certo numero di “esperti” del clima.
    2.5 L’indicatore della vita media
    Se la visione catastrofista, già presente alla fine dell’Ottocento, si fosse in qualche modo avverata, il primo fenomeno sarebbe stato
    quello della riduzione dell’aspettativa di vita. In realtà è avvenuto il contrario: la vita media dei paesi occidentali avanzati (ovvero
    quelli con la più diffusa e innovativa industrializzazione e con un modello sociale di libero mercato) è aumentata in modo
    straordinario6.
    Ne consegue che, per quanto si sia di fronte a un’imponente presenza di milioni di molecole di sintesi, per le quali i sistemi biologici
    non riescono sempre a metabolizzare, il sistema capitalistico è stato in grado di consentire a milioni di persone di raggiungere quello
    che Giorgio Ruffolo7 ha chiamato il “paradiso in terra”.
    Nella storia del mondo è probabile che non si sia mai verificata la condizione nella quale una così grande moltitudine di umani abbia
    potuto godere di una così elevata qualità della vita e per un lungo tempo.
    2.6 Il ruolo dei vulcani
    Ovviamente poco si dice del ruolo che hanno le eruzioni dei vulcani sull’atmosfera e sugli eventuali cambiamenti climatici, di
    scenario di breve e di lungo termine. Sarebbe interessante stimare la quantità di inquinanti (polveri leggere, CO2, NO2 e altri
    composti), emessi dalle più recenti eruzioni e la loro diffusione nell’atmosfera. Forse si scoprirebbe che, da sola, un’eruzione
    vulcanica inquina molto di più di quanto l’uomo possa fare in decine o centinaia di anni.
    5 “Quaderni del Sile”, piccola ma vivace rivista di Treviso degli anni ’80, oggi non più edita.
    6 Il modello capitalistico ha prodotto anche la più grande evoluzione nel mondo della medicina, fatto questo mai avvenuto prima a memoria d’uomo.
    7 G. Ruffolo, La qualità sociale, Laterza, Bari-Roma 1985.

  2. Questo, caro Nicola, mi era sfuggito.
    L’incertezza del (presunto) determinismo, e di come piccoli errori possano portare a grandissimi errori, sono due concetti fondamentali, alla base di tanti disastri moderni, e che mettono a nudo l’impropria sicumera di troppa (pseudo) “scienza” attuale.
    E’ una faccenda su cui insistere.
    Senza pensare che “la gente non capisce”.
    La gente capisce. E chi non capisce studierà.

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