Cultura, tv e spettacoli

Il cinema ha la sua Albanese: Tecla Insolia

L'attrice in piazza a Venezia alla manifestazione pro Gaza: "I due artisti israeliani esclusi dal Festival? Mi pare il minimo"

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Insolia, non insolita. Eccone un’altra che cavalca Gaza tra un red carpet e un party al Festival di Venezia, si direbbe una bagarre, tutto uno sgomitare fra chi è più pro-Pal. S’ode a destra uno squillo di tromba, è la Benedetta Porcaroli che dice in conferenza stampa che Lei per colpa di Israele non vive più, Lei non si diverte più, Lei non dorme, Lei sta al centro di Gaza fra i droni che ronzano e i missili che sibilano, Lei Lei Lei, la questione palestinese l’hanno inventata per rovinare la vita a Lei. Finché non si fa tardi e tocca andare a sfilare in passerella; a sinistra risponde uno squillo, è una Tecla Insolia che cerca di superare la collega in scempiaggini all’insegna dello stesso personalismo deprimente, di un narcisismo imbarazzante, si capisce che le fanciulle sanno niente ma non rinunciano a spararsi le pose, insomma già che ci siamo facciamoci belle con il pianto antico dei solidali a cappella.

Sostiene la Tecla che “bisogna fermare il genocidio” e che “alla fine basta guardare questa piazza”, la mitica piazza ricettacolo di tutte le virtù moralistiche, il propellente per un mondo più giusto, senza ebrei, che arriva “comunque dalle persone, da noi”. Sì, da loro. Le persone umane. Così umane che trovano giusto, trova giusto la Tecla boicottare due attori filoisraeliani che a Venezia manco ci hanno messo piede: “Penso che sia il minimo, non c’è discriminazione”. E certo, il minimo, si potrebbe fare di meglio, per esempio crocifiggerli, che ne dice la Tecla? “Non possiamo rimanere indifferenti. Impossibile stare il silenzio. Non posso pensare solo a me, al mio lavoro”. Io, io, io. Invece pensa proprio a questo, avvolta in un fumo solidale che fa pietà e fa ridere: “Prima di questa guerra sapevo poco della questione palestinese”. Sì, si vede. Anche dopo.

“Mi alzo ogni mattina e penso alla gente nella Striscia di Gaza”. Come no, mica si alza e si fa la colazione da apprendista divetta, con tutti i capricci nel caffellatte, no, lei pensa alla Striscia e alla comunità transfemminista che ha cominciato a bazzicare, forse indotta, non è chiaro, dalla questione palestinese. Transfemministe per Gaza, siamo alle cosmicomiche. Nessuno le ha spiegato che le transfemministe da quelle parti durano meno di un appello di attori firmaioli? Nessuno le ha ripetuto quello che ebbe a dichiarare il capo di Hamas, Sinwar, e cioè che le stragi dei civili non sono tragedie da evitare ma sacrifici necessari a far progredire la causa, la sua causa, e che più bambini morivano meglio era per Hamas, per Gaza? Nessuno le ha parlato di certi video che circolano con i macelli del 7 ottobre, neonati falciati, cotti vivi nei forni, e la gente, la martoriata gente di Gaza che scendeva in strada ebbra, ringraziava Allah, ringraziava Hamas e invocava più morte, più sangue?

Questo è il guaio con le narcisette (poco) consapevoli, che semplificano tutto a proprio uso e consumo; che sono tendenziose, perché l’appello va bene, la sofferenza per chi muore all’ingrosso è doverosa (e chi scrive per quanto lo riguarda lo ripete, Israele non ha più ragioni né alibi), ma se non trovi una parola per ricordare quelle vittime, quegli ostaggi che sottoterra marciscono vivi, quella banda di tagliagole sostenuti dall’Iran, dalla Russia, dalla Cina, da mezzo Medio Oriente per dire il minimo, allora la tua omertà puzza di complicità morale.

Se vedi solo quello che ti fa comodo, e se lo fai da transfemmina, categoria immaginaria, senza curarti che gli omosessuali da quelle parti li macellano vivi, allora dovresti un po’ vergognarti. Quando ne sentiremo uno dire sì, certo, questa mattanza va fermata ma Hamas va rimosso, cancellato, sennò ogni discorso, ogni piagnisteo è acqua al vento? Ma no, troppo scomodo, si glissa, si fa finta di niente, cioè sotto sotto si sostiene, si tifa, si approva. Ecco perché dire pro-Pal è come dire pro-Hamas e lo resta finché questa ambiguità resta. O, se lo fanno, lo fanno alla maniera della Francesca Albanese, trattandoli da resistenti, da liberatori, “non sono terroristi, hanno fatto le scuole, hanno fatto cose buone”.

C’è una verità in quello che sostengono le Albanese: effettivamente Hamas è espressione del favoleggiato popolo palestinese, lo è stata per un tempo infinito, c’è una koiné di fondo e solo l’offensiva, se preferite l’aggressione sistematica di Israele ha intaccato certe convinzioni, certe identità. Ma è una verità assai triste, che non giustifica niente, anzi scava nell’abisso. “Ah, io ho letto e leggo moltissimo sul tema”. Questo è il dramma: che a volte leggono, e cosa leggono. E cosa evitano di leggere, soprattutto. Se certa gente avesse una coscienza, comincerebbe a boicottarsi da sola: niente Festival, niente fuochi fatui, vanitas vanitatum, messe in posa, il momento è grave, non possiamo restare indifferenti. E te la cavi così? Per una copertina, uno scatto, un titolo in più? Troppo facile: molla l’abito di sartoria e datti alla militanza totale. Infilare una lacrimuccia in un sorriso per i fotografi è da cialtroni.

Max Del Papa, 31 agosto 2025

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