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Il Como e l’assurda pretesa di controllare chi ha già pagato

Il club lariano introduce presenze minime e controlli sugli abbonati: pagare il posto non basta più, bisogna anche dimostrare di meritarlo

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I giorni che anticipano l’inizio del campionato di Serie A di calcio sono caratterizzati da fattori più o meno importanti: c’è lo studio del listone del Fantacalcio ma soprattutto l’acquisto degli abbonamenti per seguire allo stadio dal vivo la propria squadra del cuore. C’è chi fa parte della “sparuta minoranza” di laziali che l’hanno confermato senza lasciarsi condizionare dallo scontro tra Lotito e i tifosi e c’è chi deve fare i conti con un “contratto” da sottoscrivere con società tipo il Como. Sì, perché chi acquista un abbonamento in un certo senso firma un contratto con la propria società e deve rispettare alcune regole.

Il nuovo regolamento abbonamenti del Como aveva scatenato polemiche nei giorni scorsi. A far discutere i tifosi sono state soprattutto tre novità introdotte dal club: l’obbligo di raggiungere un numero minimo di presenze allo stadio per avere diritto al rinnovo, il controllo sull’effettivo utilizzo del proprio posto (per evitare cessioni sistematiche ad altri) e, non ultimo, il divieto per gli abbonati di indossare i colori della squadra avversaria. Regole percepite da molti come troppo invasive nei confronti di chi un titolo d’accesso lo ha comunque pagato di tasca propria e che hanno alimentato il sospetto (poi rivelatosi in parte infondato) che il club potesse arrivare a ritirare l’abbonamento nel corso della stessa stagione.

Di fronte a queste critiche, il presidente del Como, Mirwan Suwarso, è intervenuto di persona con una serie di stories su Instagram per chiarire la posizione del club. Il primo punto contestato riguarda proprio la soglia minima di partite da seguire dal vivo: Suwarso ha precisato che non raggiungere il numero minimo richiesto non comporta la revoca dell’abbonamento nel corso della stagione ma la sola perdita del diritto di rinnovo per la stagione successiva. Lo stesso principio, ha aggiunto il presidente, varrà anche per le altre norme introdotte, a partire da quella sul controllo dei posti: se un abbonamento risulterà regolarmente utilizzato da tifosi non del Como, anche in questo caso il titolare perderà solo il diritto di rinnovo, non l’abbonamento in corso.

La vicenda pone comunque una domanda che va oltre il singolo caso del Como e riguarda il rapporto, sempre più teso, tra i club e i propri tifosi abbonati: fin dove può spingersi una società nel regolare l’uso di un titolo che il tifoso ha comunque pagato di tasca propria?

Il secondary ticket a prezzo maggiorato non è un dettaglio marginale: distorce il sistema di prezzi pensato per premiare la fedeltà. Se chi ha un abbonamento scontato può rivenderlo a prezzo pieno proprio sulle partite più richieste, il vantaggio economico pensato per il tifoso diventa uno strumento di arbitraggio nelle mani di pochi e la società perde ricavi che altrimenti incasserebbe direttamente attraverso la vendita ufficiale dei biglietti. Da questo punto di vista, il tentativo di tutelarsi può essere comprensibile.

Il chiarimento di Suwarso attenua la misura, ma non ne cambia la sostanza: una soglia rigida di assenze — tre, secondo la prima formulazione — continua a non distinguere tra chi specula sistematicamente rivendendo il proprio posto ai match più attesi e chi, semplicemente, non può essere presente per lavoro, salute o altri impegni legittimi. Perdere il diritto di rinnovo è una sanzione meno drastica del ritiro immediato, ma resta comunque una sanzione e il rischio è che colpisca il tifoso onesto tanto quanto lo speculatore.

C’è poi un tema di principio: l’abbonamento è un contratto, non una proprietà piena ed è dunque legittimo che preveda condizioni d’uso, comprese quelle legate al rinnovo. Ma la libertà contrattuale del tifoso — decidere se andare o meno alla partita — non dovrebbe essere sacrificata sull’altare di un problema che riguarda una minoranza di speculatori.

Ivan Mazzoletti, 6 agosto 2026

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