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Il complotto sull’arresto di Messina Denaro è una scemenza

Sui social impazza la dietrologia sul fermo del boss di Cosa Nostra. Ma è il solito sport praticato lungamento

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Sui social impazza la dietrologia sul caso Messina Denaro. I dietrologi (da bar) non lo sanno, ma praticano uno sport inventato dai comunisti, che nel Sessantotto lo praticarono usque ad mortem (altrui). Tanto per dirne una, Calabresi ci rimise la pelle proprio a causa di questo tipo di narrazione. Il cui schema è, grosso modo, questo: io ho ragione a prescindere, perciò quel che mi racconti deve essere falso a priori; dunque, hai costruito una storia verosimile ma che io smaschero (o «demitizzo», nella lingua di legno) perché per principio non può essere vera.

Ebbene, sull’arresto di Messina Denaro è scattato il riflesso pavloviano (innescato da chissà chi) ed ecco tutti, dico tutti, col righello a misurare la distanza tra la clinica in cui è stato preso e la sede della Dia, poi del commissariato più vicino. Poi, dal momento che ci sono voluti trent’anni per prenderlo, l’insinuazione successiva: sapevano da sempre dov’era ma hanno aspettato ad acciuffarlo per far fare bella figura al governo Meloni. Et voilà. Questo ragionamento permette anche alle capre di sentirsi furbe: eh, a me non la si fa!

Questo ragionamento, tuttavia, è semplicemente cretino, perché parte da un presupposto sballato. Presuppone, cioè, che il nostro prossimo sia molto più intelligente di quello che è. Infatti, per tramare complotti ci vuole astuzia. E un sacco di gente coinvolta – come – nel caso del boss dei boss (ma già c’è chi dice che c’è un boss più boss di lui). Ora, l’aritmetica elementare ci assicura che un segreto è pulcinellescamente proporzionale al numero di quelli che lo sanno. E qui avremmo: governo, servizi, polizia, carabinieri, magistrati. Un sacco di gente, troppa perché il teatrino sia un trompe-l’oeil.

In realtà, la prima domanda da porsi è questa: se sapevano dove si nascondeva, perché i governi che hanno preceduto l’attuale non se ne sono giovati per un coup de théatre propagandistico? Dovremmo pensare che i governi di sinistra, anche quelli tecnici lacrime-e-sangue, erano troppo specchiati per approfittare di una cosa del genere? Ma proprio perché lacrime-e-sangue – dunque non votati, non scelti, ma subiti – avrebbero avuto tutto l’interesse a una botta di show plateale: visto? vi stiamo mettendo in mutande, sì, però abbiamo sconfitto la Piovra! No, abbiamo visto troppe furbettate in questi decenni per credere che, se avessero saputo dov’era il Boss, non avrebbero esitato. Ma l’ha catturato la Meloni, dunque ci dev’essere il trucco. Tutti politologi, tutti criminologi, tutti editorialisti de l’affaire Dreyfus. Poi, qualche pm a riposo, naturalmente dopo ch’è andato in pensione, rivela il dettaglio che, quando presero Brusca, dovettero ricorrere alle tronchesi perché avevano perso la chiave delle manette.

Guardate, sono figlio di un maresciallo di Ps e mia moglie di uno dei carabinieri, in mezzo alle divise ci sono stato allevato. Ma mio padre e mio suocero avevano fatto la guerra, non erano cresciuti a Fbi-tv, CsiMiami e Arma Letale 4. Altra tempra. E altro buonsenso. Spesso erano quei vecchi marescialli a risolvere i casi, e i magistrati entravano in scena dopo. Ogni tanto i media ci dicono che il corpo di Sama’n era a pochi metri, ma ci sono voluti mesi. Lo stesso per Yara. Per esempio. Ma nessuno si sogna di ipotizzare complotti. Anche Provenzano, anche Riina, hanno richiesto decenni, ma non si era scatenata l’ondata di intelligence da taverna che questo nostro popolo di plagiati ha riversato sui social nel caso di Messina Denaro. Applicando lo stesso sistema di deduzione (quello alla Andreotti, per intenderci) dovrei chiedermi quis juvat? e rispondermi. Ma io ho esperienza, e certezza che il mio prossimo non è più intelligente di me, anzi. Al massimo, esprime furbetti di quartierino, mica Moriarty.

Rino Cammilleri, 20 gennaio 2023