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La caccia ai filoputiani

Il Corriere stila liste di proscrizione: combattono Putin facendo peggio di lui

Polemiche per l’articolo contro influencer, giornalisti e opinionisti definiti “putiniani”. Ma è sbagliato agire come nelle dittature

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La differenza, riteniamo, che ancora esiste tra una democrazia liberale come l’Italia e un regime pseudodemocratico come la Russia, è che dalle nostre parti il dissenso dovrebbe essere non solo permesso, ma tutelato. Esiste forse una democrazia senza una minoranza? È ancora legittimo essere contrari alla spedizione di armi in Russia? Si può criticare Mario Draghi per le sue posizioni filo-atlantiche?

Vedete, questo Giornale ha poco da farsi perdonare. Era filo-atlantico quando la sinistra sfilava per le strade bruciando le bandiere americane. Era filo-Nato quando i missili in Europa piacevano solo a pochi tra gli intellettuali che oggi ci danno lezione di americanismo. È lo è tutt’ora. Senza se e senza ma, e soprattutto senza un passato da far dimenticare. Non abbiamo scheletri nell’armadio e per noi non c’è una lotta che continua.

Ecco perché quando leggiamo, come è successo ieri, sul Corriere della Sera il seguente pezzo: «Influencer e opinionisti. Ecco i putiniani d’Italia», corredato da nove fotine segnaletiche, saltiamo sulla sedia. Così come quando leggiamo, nella titolazione, la suggestione di una «rete che fa partire la controinformazione» e di una «macchina che si attiva nei momenti chiave». Probabilmente è colpa nostra, lo ammettiamo. È passata solo una settimana dall’anniversario della morte del commissario Calabresi, costruita anche da liste di proscrizione simili, da appelli giornalistici decisamente di tutt’altro tenore, ma altrettanto superficiali e complottisti.

Noi non siamo la Russia e non siamo più l’Italia degli anni di piombo, e non possiamo confondere il dissenso, anche quello più urticante e peloso, con la listarella dei venduti. Se un giornalista, che dobbiamo ammettere non conosciamo, scrive sui suoi social: «La Ue costretta a tornare sui suoi passi e pagare il gas in rubli», come riporta il Corrierone, può forse dire una sciocchezza (peraltro non superiore a chi dichiarava che non avremmo mai pagato neanche indirettamente il gas in rubli), ma non per questo deve essere una spia al soldo di Putin. E se lo fosse, converrebbe averne qualche prova in più.

È il tono che dà la misura della musica. E la musica, pur essendo in difesa della nostra causa, che resta quella di essere saldamente ancorati all’Occidente, ha il tono inquietante che usavano gli invasati di sinistra contro i nemici del popolo. Oggi succede che i nemici del popolo siano i loro compagni di ieri, e cioè i filorussi. Ma il sapore amaro in bocca resta il medesimo.

Se pensiamo di vincere la guerra tappando la bocca agli Orsini di turno e facendo liste di proscrizione degli influencer che criticano Draghi, sbagliamo due volte. La prima è perché rendiamo eroico e affascinante il dissenso anche quando esso è semplicemente nonsenso. La seconda è perché la forza dell’Occidente, oltre alle armi che servono eccome, è la sua predisposizione alla libertà: nel mercato, nelle opinioni e negli usi.

Nicola Porro, Il Giornale 6 giugno 2022