Esteri

Il dossier Usa su Iran e Hamas. Spuntano Salis e Lucano

Secondo il Ncri, la galassia guidata da Medea Benjamin meriterebbe verifiche formali per possibili opacità fiscali, legami politici e campagne d’influenza. Riflettori accesi anche sul convoglio per Cuba con Lucano e Ilaria Salis

hamas Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Sia chiaro: siamo davanti a un report, non a una condanna. A ricostruzioni, documenti, incroci, telefonate, flussi di denaro, incontri politici. Tutto materiale che, se confermato dalle autorità competenti, potrebbe aprire un caso serio. Ma proprio perché il tema è scivoloso — Iran, Hamas, Cuba, fondazioni americane, attivismo occidentale, europarlamentari e star globali del clima — conviene usare il condizionale. Molto condizionale.

Il rapporto si chiama “Following the Benjamins”. Un titolo furbo, quasi da sceneggiatura: dentro c’è il vecchio “follow the money”, segui i soldi, ma c’è anche Benjamin, Susan Benjamin, detta “Medea”, fondatrice di CodePink e figura storica dell’attivismo pacifista americano. Secondo il Network Contagion Research Institute (Ncri), intorno a lei si sarebbe sviluppata una rete capace di muovere organizzazioni, campagne, delegazioni internazionali e convogli umanitari, con una fondazione da quasi 48 milioni di dollari sullo sfondo.

Ora, attenzione: sostenere cause politiche radicali non è un reato. Criticare Israele non è un reato. Andare a Cuba non è un reato. Però il dossier sostiene che qui non si tratterebbe soltanto di militanza spontanea. Secondo i ricercatori, il perimetro sarebbe quello di una possibile rete d’influenza allineata, almeno in parte, agli interessi di Iran, Hamas e Cuba. E questa, se venisse dimostrata, sarebbe un’altra storia.

Il convoglio per Cuba e i nomi europei

Il capitolo più recente riguarda Nuestra América, convoglio partito da Miami il 20 marzo 2026 e arrivato a L’Avana il giorno successivo. Una sorta di flotilla caraibica, con 650 delegati da 33 Paesi e 120 organizzazioni. CodePink avrebbe noleggiato un aereo per un centinaio di partecipanti e consegnato circa tre tonnellate di forniture mediche, per un valore indicato in 433 mila dollari.

La cerimonia di accoglienza si sarebbe svolta nella sede dell’Icap, l’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli, alla presenza del presidente cubano Miguel Díaz-Canel. Ed è qui che il dossier diventa politicamente interessante anche per l’Italia. Tra i partecipanti anche Ilaria Salis e Mimmo Lucano, europarlamentari di Alleanza Verdi e Sinistra, e Greta Thunberg, ormai passata da icona climatica a presenza ricorrente nelle campagne pro-palestinesi e anti-sanzioni. Nulla di penalmente rilevante, di per sé. Ma politicamente sì: perché se un convoglio umanitario viene accolto e incorniciato da strutture legate a un regime, la domanda non è più soltanto “che cosa portava?”, ma anche “a chi giovava?”.

La fondazione e quei soldi poco leggibili

Il cuore finanziario della vicenda sarebbe Arc of Justice, già Benjamin Fund Inc., fondazione privata con sede a Miami. Gli attivi, secondo il report, sarebbero cresciuti da 12,2 milioni di dollari nel 2012 a quasi 48 milioni nel 2022. La struttura risulterebbe familiare: Susan Benjamin presidente, la figlia Maya Danaher tesoriera, il marito Jonathan Raggett segretario. Il Ncri parla di “tre fallimenti concorrenti di supervisione”. Tradotto: secondo i ricercatori, ci sarebbero buchi nei controlli. La fondazione non risulterebbe nei registri della Florida dedicati alle organizzazioni benefiche attive nello Stato. In California avrebbe perso lo status di esenzione fiscale il 2 aprile 2024 e mancherebbero dagli archivi pubblici dell’Irs alcune dichiarazioni fiscali federali relative agli anni 2021, 2023, 2024 e 2025. Anche qui: mancare in un database, cambiare nome o avere documentazione non facilmente reperibile non equivale automaticamente a violare la legge. Ma se una fondazione raccoglie fondi, sostiene organizzazioni politiche e opera in scenari geopolitici incandescenti, la trasparenza non è un dettaglio amministrativo. È il minimo sindacale.

Le telefonate iraniane e il sospetto del coordinamento

Il passaggio più delicato riguarda Press TV, emittente statale iraniana sanzionata dall’Ofac, l’ufficio del Tesoro americano che applica le sanzioni economiche e finanziarie. Dai registri telefonici trapelati, secondo il Ncri, emergerebbero 61 contatti in uscita verso Benjamin. Una frequenza che la collocherebbe nel 3 per cento degli individui statunitensi contattati più spesso. Il report sostiene poi che alcuni messaggi pubblici di Benjamin sarebbero arrivati a breve distanza da quei contatti. Dopo una chiamata del novembre 2020, avrebbe pubblicato contenuti in linea con la narrativa iraniana sull’uccisione dello scienziato nucleare Fakhrizadeh. Dopo un altro contatto del maggio 2020, avrebbe rilanciato la posizione del ministro degli Esteri iraniano Zarif contro Mike Pompeo.vIl Ncri definisce questo schema “operativo piuttosto che giornalistico”. È una formula pesante. Non prova da sola l’esistenza di un rapporto organico, ma suggerisce — nell’interpretazione dei ricercatori — che la sequenza degli eventi meriterebbe un accertamento formale.

Hamas, Teheran e gli incontri imbarazzanti

La parte storica del dossier ricostruisce una serie di contatti che, letti oggi, risultano quantomeno imbarazzanti. Nel 2009, durante un viaggio a Gaza, Benjamin e Tighe Barry avrebbero ricevuto dal viceministro degli Esteri di Hamas Ahmed Yousef una lettera indirizzata al presidente Obama, poi consegnata all’ambasciata americana al Cairo. Nel 2012 una “delegazione di emergenza” a Gaza avrebbe incontrato Ismail Haniyeh, allora primo ministro di Hamas.

Nel 2014 Benjamin avrebbe partecipato a Teheran a una conferenza della New Horizon Organization, poi designata nel 2019 dal Tesoro americano come piattaforma di reclutamento dell’intelligence delle Guardie rivoluzionarie iraniane. Nello stesso anno, Benjamin avrebbe guidato una delegazione di 28 persone a Teheran, con un incontro privato di 90 minuti con Zarif.

È bene distinguere: incontrare interlocutori controversi può rientrare nell’attivismo, nella diplomazia parallela, perfino nel giornalismo. Ma quando gli interlocutori sono Hamas, Teheran e ambienti poi sanzionati dagli Stati Uniti, la linea tra attivismo e influenza politica diventa sottile. E il sospetto, per quanto ancora da verificare, diventa politicamente esplosivo.

Cuba, l’ex spia e l’Icap

Il capitolo cubano aggiunge un altro elemento. Le operazioni di CodePink sarebbero state coordinate con l’Icap, guidato dal 2017 da Fernando González Llort, noto alle autorità americane come Rubén Campa. González Llort era stato membro della “Red Avispa”, rete di spionaggio cubana attiva nel sud della Florida, ed era stato condannato negli Stati Uniti per aver operato come agente non registrato del governo cubano. Ha scontato oltre 15 anni di carcere.

Il convoglio del marzo 2026 — quello a cui hanno preso parte anche Salis, Lucano e Thunberg — sarebbe stato ricevuto proprio nella sede dell’Icap. La contea di Miami-Dade avrebbe poi condannato all’unanimità CodePink e il convoglio, richiamando il coordinamento con entità governative cubane. Anche qui, nessuna scorciatoia: partecipare a un viaggio non significa condividere ogni legame degli organizzatori. Ma un eletto europeo dovrebbe forse chiedersi chi organizza, chi ospita, chi finanzia e chi capitalizza politicamente certe iniziative.

I soldi verso CodePink e la pista Samidoun

Secondo il dossier, Arc of Justice avrebbe erogato almeno 1.708.200 dollari a CodePink tra il 2016 e il 2022. Altri fondi sarebbero finiti all’Alliance for Global Justice e al National Iranian American Council. Il punto più sensibile riguarda Afgj, che avrebbe agito come sponsor fiscale di Samidoun fino alla designazione dell’ottobre 2024, quando Samidoun è stata classificata come paravento per la raccolta fondi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, organizzazione designata come terroristica sia dagli Stati Uniti sia dall’Unione Europea.

Quanto al Niac, il dossier ricorda una richiesta di indagine Fara presentata nel 2020 da tre senatori repubblicani per presunta attività di advocacy non dichiarata a favore del regime iraniano. Una richiesta politica non è una prova, ma segnala che il tema non nasce oggi. C’è poi il nome di Neville Roy Singham, finanziatore con legami documentati con il Partito Comunista Cinese, che secondo una lettera del senatore Tom Cotton del novembre 2025 avrebbe contribuito per oltre 1,4 milioni di dollari a CodePink dal 2017. La moglie di Singham, Jodie Evans, è co-fondatrice di CodePink.

Le possibili violazioni

Il Ncri indica quattro fronti legali. Il primo riguarderebbe la legge della Florida sulle organizzazioni benefiche: chi raccoglie fondi nello Stato dovrebbe registrarsi. Il secondo sarebbe il SB 700, entrato in vigore il 1° luglio 2025, che vieta alle charity di accettare contributi da fonti straniere considerate rischiose per gli Stati Uniti. Il terzo riguarda il fisco federale: il mancato deposito delle dichiarazioni annuali per tre anni consecutivi può portare alla perdita automatica dello status non profit. Il quarto, il più serio, è il Fara, la legge che impone la registrazione a chi agisce negli Stati Uniti per conto di soggetti stranieri.

Il dossier non sostiene esplicitamente che Benjamin sia un’agente straniera. Sostiene però che il quadro — telefonate con media iraniani sanzionati, incontri con figure del regime, finanziamenti a soggetti collegati a reti poi sanzionate, attività con Cuba — giustificherebbe un’indagine formale. Ed è forse questo il punto: non siamo davanti a una sentenza, ma a una domanda. Una domanda semplice, quasi brutale: dove finisce l’attivismo e dove comincia l’influenza straniera? Per rispondere non servono slogan. Servono carte, registri, verifiche, audizioni, autorità competenti. Ma una cosa si può dire già ora con prudenza: se anche solo una parte del dossier fosse confermata, il mondo dorato dell’attivismo progressista internazionale avrebbe qualche spiegazione da dare. E non basterebbe cavarsela con la solita formula: “È solo solidarietà”.

Franco Lodige, 26 maggio 2026

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