Con l’inchiesta che portò all’arresto e ovviamente alle dimissioni del presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti e del Presidente dell’Autorità portuale Paolo Emilio Signorini, non “ci azzecca” nel senso che non esiste nessuna connessione legale; ma con il clima avvelenato che continua a incombere sul maggiore porto italiano, Genova, lasciando campo libero a ricorsi e denunce, e mettendo in discussione i rapporti fra pubblico e privato, senz’altro si. Un clima che, in ultima drammatica istanza, non può non incentivare una riflessione in seno ai grandi gruppi internazionali che sul porto hanno investito come fanno in Africa, in Asia o nelle Americhe: forse il giorno della firma su accordi societari e concessioni demaniali genovesi avrebbero fatto meglio ad andarsene a pescare.
Sta accadendo in queste ore con Hapag Lloyd, la compagnia tedesca quotata in Borsa e numero 5 nel ranking mondiale del trasporto container, che teoricamente rischia, allo stato attuale delle cose (pur con la segreta speranza che le Istituzioni italiane trovino una soluzione) di trovarsi nella situazione di non poter disporre di banchine, aree e gru del terminal portuale nel quale ha investito decine di milioni di euro, e la cui concessione demaniale, dopo interventi del Consiglio di Stato e della Procura di Genova, potrebbe essere confermata “nulla” già alla fine del giugno prossimo.
E qui è necessario considerare tre fattori: la concessione avrebbe dovuto scadere nel 2056, giustificando quindi il ritorno degli investimenti anche occupazionali effettuati dalla compagnia tedesca (più di 1200 addetti il 90% dei quali impegnati a Genova; e invece oggi, Hapag Lloyd riesce a lavorare e ospitare le sue navi su circa il 5°% del terminal gestito dal gruppo Spinelli di cui la stessa Hapag (ben prima che Genova venisse travolta da inchieste) detiene il 49%.
La seconda considerazione è relativa alla sentenza del Consiglio di Stato secondo il quale questa concessione è nulla perché non rispondente ai criteri rigidi di utilizzo di banchine e piazzali sulla base di ripartizioni e funzioni (merci varie ma solo in piccola parte i container) fissate da un vecchio e superato piano regolatore portuale.
La terza considerazione riguarda l’intervento, immancabile, della Procura che su istanza di un operatore concorrente, considera la presenza del gruppo detentore della concessione alla stregua di una occupazione abusiva.
Tre fattori che sommati insieme producono un solo interrogativo: ma perché un grande investitore internazionale dovrebbe investire in Italia e quali tutele le Istituzioni garantiscono a un investimento che deve prevedere ritorni operativi ma anche un ritorno del capitale speso?
Mentre nei giorni scorsi si era sparsa la voce di un articolo ad hoc nel decreto infrastrutture finalizzato a sanare e conservare in casa investitori che, come nel caso di Hapag, sono da anni il primo cliente del porto di Genova, è naufragato sotto il fuoco di fila di polemiche e accuse di favoritismo, oggi Hapag Lloyd che gestisce terminal in tutto il mondo e occupa più di 16.000 persone, ha infranto il muro del silenzio dicendo esplicitamente: in Italia ci siamo e vogliamo restarci anche perché crediamo nello sviluppo del Mediterraneo e Genova è stata nominata responsabile della Regione sud Europa della compagnia ma… possiamo sviluppare il business, l’occupazione e crescere solo a patto di disporre di norme, regolamenti e contratti affidabili. Altrimenti? Al lettore, la risposta.
“Hapag-Lloyd è il gruppo tedesco di spedizioni e logistica quotato in borsa, con azionisti quali Kuhne Maritime, CSAV (Compañia Sudamericana de Vapores), Qatar Holding, il Public Investment Fund e la Città di Amburgo, figura tra i principali investitori internazionali che hanno scelto – si legge in una nota – e sono pronti a rinnovare la propria fiducia nell’Italia. Con livelli occupazionali raddoppiati dal 2018 (oggi sono 500) e con l’azienda che si è assunta la responsabilità diretta di altri 700 lavoratori nel terminal portuale e nella logistica interconnessa, oggi siamo pronti – sottolinea Hapag-Lloyd Italia – a riaffermare le nostre scelte strategiche. Proprio per questo cerchiamo il massimo livello di trasparenza nei rapporti con le istituzioni, come parte del nostro diritto e dovere di tutelare i nostri investimenti e, per estensione, i nostri azionisti”.
E in quella precisazione “diritto e dovere” è sintetizzato quello che dovrebbe essere il mantra nei rapporti fra Stato italiano, le sue istituzioni, e gli investitori internazionali.
“Con la nostra flotta di circa 300 navi e il coinvolgimento nella cooperazione Gemini, abbiamo bisogno di certezze e affidabilità per continuare a investire e far crescere il nostro business in Italia. Non possiamo portare avanti i piani se ci troviamo di fronte – prosegue la nota -a una concessione che – al di fuori del nostro controllo – viene improvvisamente considerata in scadenza alla fine del prossimo giugno, trentuno anni prima di quella data originaria del 2056 che ha giustificato il nostro investimento nel terminal del Porto di Genova”.
“Siamo fiduciosi e confidiamo nell’eccellente collaborazione in corso con il governo italiano, come base per superare i fraintendimenti, riattivare la concessione e porre le premesse per lo sviluppo del traffico attraverso Genova nonché per la crescita dell’occupazione”.
Per altro applicando i criteri che vanno di moda a Genova, altre 12 concessioni portuali nel maggiore scalo italiano potrebbero subire la stessa sorte, con un effetto domino in tutti i maggiori porti italiani, da Livorno a Napoli, all’Adriatico e alle isole dove la “mission” di terminal e banchine si è modificata negli anni e non è più la stessa fissata da vecchi piani regolatori; o dove si procede a tentoni da decenni con proroghe annuali di concessioni ampiamente scadute ma delle quali è più comodo non accorgersi.
Ora la palla passa nel campo delle Istituzioni, del Governo e… anche un po’, guarda caso, in quello della magistratura.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


