La vicenda di Beatrice Venezi al Teatro La Fenice non è solo l’ennesimo scontro tra artista e istituzione. È qualcosa di più profondo: la fotografia impietosa di un centrodestra che, pur avendo conquistato il governo, continua a non capire e non riesce a presidiare i luoghi in cui si forma davvero il potere culturale.
Per mesi, la nomina di Venezi è stata raccontata come un tassello di una presunta “egemonia culturale” alternativa: una figura giovane, mediatica, allineata — almeno simbolicamente — con l’area politica conservatrice di Giorgia Meloni. Ma quando quella stessa figura è entrata in conflitto con l’ambiente che avrebbe dovuto guidare, il sistema si è sgretolato.
Le proteste interne, gli scioperi, l’ostilità dell’orchestra e perfino le accuse di inesperienza o di nomina politica avevano già reso evidente una cosa: il centrodestra non controlla — e forse non comprende — il tessuto profondo delle istituzioni culturali italiane.
E qui sta il primo punto cruciale della questione. Non basta nominare una persona per “occupare” un’istituzione. La cultura non è un ministero da lottizzare: è un ecosistema fatto di relazioni, tradizioni e riconoscimento reciproco. Alla Fenice, quel riconoscimento non c’è mai stato e il governo, che pure aveva inizialmente difeso la scelta, non è mai riuscito a costruirlo.
Il secondo punto è ancora più rivelatore: quando il caso è esploso definitivamente, il centrodestra si è semplicemente sfilato. Palazzo Chigi ha preso le distanze, parlando di una decisione autonoma. La linea politica è diventata improvvisamente quella del “chi sbaglia paga”. E la stessa Venezi ha denunciato di essere stata lasciata sola, “carne da macello” in una vicenda troppo più grande di lei.
È qui che la tesi si impone con chiarezza: il centrodestra non solo non riesce a costruire una propria classe dirigente culturale, ma non sa nemmeno difenderla quando viene attaccata. Anzi, sembra fare il contrario: prima investe simbolicamente su alcune figure — trasformandole in bandiere identitarie — e poi le abbandona non appena diventano problematiche. È una dinamica che rivela insicurezza, non forza.
La stessa Venezi ha parlato apertamente di un “progetto culturale del governo” ormai “sfumato”. Una frase che pesa, perché suggerisce che quel progetto forse non è mai stato davvero strutturato: più narrazione che strategia.
Il paradosso è evidente: una destra che denuncia da anni l’egemonia culturale altrui, ma che — una volta al potere — non riesce né a scardinarla né a costruirne una alternativa credibile. Non nei teatri, non nelle università, non nei centri di formazione del pensiero.
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Il caso Fenice diventa allora emblematico. Non per stabilire chi avesse ragione tra la direttrice e l’orchestra, ma per ciò che rivela sul piano politico: senza un vero radicamento nei luoghi della cultura, senza una rete di consenso interno, senza la capacità di proteggere i propri interpreti, qualsiasi tentativo di “cambiare rotta” è destinato a infrangersi.
In fondo, la storia di Beatrice Venezi non è solo quella di una direttrice d’orchestra corteggiata, innalzata a simbolo di un’intera area politica, contestata e poi scaricata. È la storia di una destra che, a parole, vuole costruire una propria egemonia culturale ma, nei fatti, continua a comportarsi come se fosse ancora all’opposizione.
Salvatore Di Bartolo, 6 maggio 2026
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