Non prendiamoci in giro. La rottura tra Beatrice Venezi e il Teatro La Fenice non è solo una questione artistica. Non è solo una questione di “dichiarazioni offensive”. È, prima di tutto, una questione politica. E far finta che non lo sia significa accettare una narrazione comoda, ma profondamente ipocrita.
Perché in Italia, oggi, esiste un problema evidente: la cultura non è un terreno neutro. Esiste una linea invisibile – ma sempre più concreta – che divide chi può permettersi certe parole, certe posizioni, certe appartenenze, e chi invece, per le stesse cose, paga un prezzo altissimo. E guarda caso, quella linea è quasi sempre orientata nella stessa direzione.
Beatrice Venezi è una figura scomoda. Non per ciò che dirige, ma per ciò che rappresenta. Una donna, giovane, affermata, che non ha mai nascosto una visione del mondo distante da quella dominante in molti ambienti culturali. Ed è proprio qui che la vicenda smette di essere un caso e diventa un sintomo.
Si parla di dichiarazioni “lesive”. Bene. Ma allora la domanda è inevitabile: vale per tutti allo stesso modo? Oppure esistono sensibilità più protette di altre, parole più tollerate di altre, errori più perdonabili di altri?
Perché se la risposta è la seconda – e in modo sempre più evidente lo è – allora il problema non è Venezi. Il problema è un sistema culturale che si sta lentamente trasformando in uno spazio selettivo, dove l’appartenenza conta più della libertà.
E attenzione: non è una questione di destra o sinistra. È una questione di principio. O l’arte resta un luogo libero, aperto, plurale – capace di accogliere visioni diverse, anche scomode – oppure diventa un circuito chiuso, autoreferenziale, dove chi non si allinea viene progressivamente espulso. Magari senza dichiararlo apertamente. Magari dietro formule eleganti, istituzionali, impeccabili. Ma il risultato non cambia.
Il silenzio
Il punto più grave, però, non è nemmeno questo. È il silenzio. Il silenzio di chi, nel mondo della cultura, dovrebbe difendere la libertà come valore assoluto e invece sceglie di non esporsi. Il silenzio di chi accetta che certe dinamiche si consolidino, purché non tocchino direttamente la propria posizione. Il silenzio di chi, in fondo, sa ma preferisce non vedere.
E allora sì, questa vicenda ha qualcosa di indecente. Non perché riguardi una persona o una carriera. Ma perché rischia di normalizzare un’idea pericolosa: che la cultura possa permettersi di selezionare, filtrare, escludere – non solo per ciò che si fa, ma per ciò che si pensa. E quando questo accade, non è più cultura. È controllo.
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