Giustizia

Il giudice che faceva pipì nelle bottiglie (e le stipava in ufficio)

L'incredibile storia del magistrato condannato dal Csm: "Aveva paura del Covid"

giudice urina ufficio Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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Sarebbe troppo facile, difatti lo facciamo, subito, infierire sul quel giudice fobico che in tempo di Covid per non andare al cesso temendo di contaminarsoi pisciava direttamente nelle bottigliette, gelosamente conservate nel suo ufficio, una piscioteca da intenditori. Sarebbe anche troppo facile, e puntuali lo facciamo, considerare quanta gente possa avere rovinato questo magistrato in una carriera. Sarebbe altresì molto facile, e sia chiaro non ci esimiamo, domandarci ma quanti come lui, riflettere sulla vexata quaestio dei test attitudinali per i magistrati, come sempre abortita a nascere perché la magistratura garantisce se stessa, Mattarella s’incazza, hanno vinto i No e tutto il cocuzzaro: talmente vigila al suo interno, la Giustizia, che della piscioteca s’è accorta una collega d’ufficio esasperata e allora è scattata la procedura di responsabilità, irrisoria, risoltasi in una sanzione di due mesi.

Chissà se Vostro Onore avrà opposto ricorso intonando quel successo dei Nuovi Angeli, “Singapore”: “Fiume giallo, giù nel fiume giallo, via di qui lasciatemi stare!”. Ve lo ricordate quello spot, Michele tu che sei un intenditore, e gli facevano sorbire un whisky alla cieca e lui ovviamente indovinava a sorso sicuro: una pubblicità kamikaze, un suicidio annunciato perché fiorirono subito parodie sul whisky che non era whisky, era ovviamente la faccenda del giudice fobico. Chissà se a Catania andò allo stesso modo, anche se il giudice pisciologo nel frattempo è stato esportato a Bologna in Corte d’Appello. Il riesame della minzione.

Però sarebbe davvero troppo, troppo facile cavarcela con un po’ di ironia diuretica, e questo no, non lo facciamo. Perché ci riporta a convulsioni che mai avremmo voluto vivere, a quegli anni dove la follia aveva preso il potere e chi si ostinava a ragionare finiva a TSO: letteramente, non è una iperbole. Quella pazzia contagiò tutti: ricordare gli sbirri a correr dietro a un disgraziato che correva lungo una spiaggia deserta di febbraio? Ricordate i bagnini che “sterilizzavano” gli arenili? E i deficienti che facevano il bagno con la mascherina, provvidenzialmente affogandosi? I preti che battezzavano i neonati a spruzzi d’acqua santa sparati dalla pistola ad acqua? Gli zeloti piddini, in arte bitini, che “rubavano” i tavolini all’aperto ai “novax” come gesto politico? Gli attori figli di un cognome che passavano le giornate a fare la spia alla polizia? Le mascherate delle mascherine sfoggiate per conformismo, pur sapendo che non servivano a niente (e adesso chi le negoziava si nasconde)? Le rockstar spericolate che ne portavano tre una sopra l’altra?

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Nella demenza dilagante non si salvava nessuno, il vaso di Pandora era stato scoperchiato e ne usciva il male puro, come sotto i totalitarismi: odio bestiale, irragionevole, maledizioni, minacce, deathwish, desideri di morte, protagoniste sgangherate che auspicavano i novax ridotti a poltiglia verde, medici e giornalisti a predicare i vagoni piombati, i forni crematori, i campi di concentramento (da cui si coglie un mai sopito afflato da soluzione finale per gli ebrei, anche oggi, con la scusa di Gaza). Quella malattia della democrazia, quella peste sociale non è mai passata, ancora oggi li vediamo i pazzi, i fobici mascherati a 40 gradi, tappati nelle loro macchinette, altro che collezione di pisciate magistrali. Si scoprì in quel tempo che manipolare la plebe non era mai stato così facile, grazie alla tecnologia del consenso e del controllo, e quella alienazione non sarebbe mai passata: oggi la replicano pari pari per il caldo, secondo lo schema classico: divieto ideologico di condizionatori, spionaggio di massa, auspicio di restrizioni a mezzo tecnologia repressiva, rieducazione finale.

Di quella caduta del tempo, quel potere reticolare volentieri sottomesso al potere verticale, per scomodare Foucault che era un losco figuro ma su certe cose la sapeva lunga, fu responsabile il potere verticale – nessuno escluso, e il primo in ordine di tempo si chiama Giuseppe Conte, faceva il premier e diceva in sintesi: questo ve lo permetto, questo ve lo proibisco e se collaborate non vi mando in manicomio (è tutto documentato); e oggi fa il ganassa per sgusciare dal suo operato. Ma qui non è questione di presunte gabole, qui la faccenda è totalmente chiara e sta nella manipolazione del terrore che originava mostri come quel giudice sconvolto, che sigillava le sue pisciate facendone feticci. La notizia emerge oggi, dopo anni, ma emerge come un bagliore di una stella maligna, un ricordo di ciò che siamo stati, e che non passa.

Volendo, un monito a non ripetere l’abominio della mente, ma si sa che gli uomini sanno dimenticare tutto ciò che loro conviene così come sono bravissimi a trattenere il peggio. Non ridiamo troppo del giudice che collezionava le sue pipì, perché alla fine quel giudice siamo noi, per dire una società completamente saltata, dove la logica era bandita, dove la razionalità era un crimine. Siamo umili, ammettiamo che, se pure non ci eravamo ridotti al suo livello, ci ritrovavamo comunque costretti a subire quel livello, senza sapere o potere fare niente, quasi niente per sottrarci. La piscioteca della toga gialla, più che rossa, non è comica, è tragica non in sé quanto per tutto ciò che rappresenta, che ricorda, che riporta. E anche, in fondo, per la rimozione di una magistratura che ha preferito chiudere tutto con il classico buffetto. Mentre avrebbe potuto esprimere una punizione assai più drastica: il trasferimento definitivo fuori dall’Italia, nel distretto giudiziario di (O-)Rhino, nel Nevada.

Max Del Papa, 1° luglio 2026

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