1 febbraio 1979. Khomeini scende dalla scaletta a Teheran e un fronte compatto lo acclama: il Fronte Nazionale laico, i comunisti del Tudeh, i Fedayyin marxisti, i Mojahedin e le femministe. Tutti convinti di cavalcare la rivoluzione khomeinista per poi guidarla. Una abduzione su premesse mai verificate, e Il conto arrivò in fretta.
La scelta di una repubblica come forma di Stato apparve in un primo momento, agli occhi di chi osservava il fenomeno iraniano dall’esterno e a molti iraniani stessi, come un passo fondamentale verso un futuro indipendente e pacifico. A strettissimo giro, vennero prese decisioni come la creazione paramilitare dei Pasdaran, e come la gestione del caso diplomatico dell’attacco all’ambasciata statunitense a Teheran, che resero evidente che l’amministrazione dello Stato iraniano non avrebbe avuto nulla a che fare con parole come repubblica, pace e volontà popolare.
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Il 7 marzo 1979 Khomeini decreta il velo obbligatorio. Il giorno dopo oltre 100.000 donne invadono Teheran e manifestano per sei giorni, aggredite con coltelli e pietre al grido di “o il velo o un colpo in testa”. Con loro Kate Millett e la delegazione di Simone de Beauvoir, mentre Michel Foucault, estasiato, legittimava la teocrazia. La prima resistenza fu schiacciata in poche settimane nel sangue.
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Qui il paradigma si fa esecrabile. Noureddin Kianouri, segretario del Tudeh dal gennaio 1979, dichiarò a Newsweek che Khomeini “svolge un ruolo totalmente progressista”. Tudeh e Fedayyin di maggioranza appoggiarono il regime con albagia ideologica, denunciando come “controrivoluzionari” i Mojahedin avviati al patibolo, di cui applaudirono le esecuzioni. Fino al 1983: partito al bando, oltre 1.000 arresti, circa 200 giustiziati. Tra aprile e maggio le confessioni televisive, con Kianouri che teneva le mani sotto al tavolo: gliele avevano spezzate sotto tortura. Khomeini lo liquidò come “un serpente maculato”.
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Nemmeno la cerchia intima si salvò. Abolhassan Banisadr, primo Presidente eletto il 25 gennaio 1980 con il 76% dei voti, pupillo di Khomeini, viene messo in stato d’accusa il 21 giugno 1981 e fugge a Parigi. Sadegh Ghotbzadeh, interprete dell’Imam in esilio e poi ministro degli Esteri, è giustiziato il 16 settembre 1982 per complotto contro Khomeini. Mehdi Bazargan, capo del governo provvisorio, si era già dimesso nel novembre 1979, travolto come un fuscello per essersi opposto al ruolo egemonico dei Pasdaran.
Il 20 giugno 1981 i Mojahedin scendono in piazza contro la destituzione di Banisadr. I Pasdaran sparano sulla folla: una cinquantina di morti. Khomeini bolla gli oppositori come apostati (murtad) e ipocriti (munafiqin), formula teologica che spalanca le porte del boia. Il giorno dopo il poeta Saeed Soltanpour e 14 dissidenti di sinistra vengono fucilati. Nei massacri del 1981-82 i più colpiti hanno tra gli 11 e i 24 anni.
Lo schema è sempre il medesimo, tetragono nella sua tragicità. Chi presta a un movimento assolutista la patente di “progressista” crede di strumentalizzarlo, e invece ne diventa la prima portata di un Menù che si protrae per decenni. L’errore è gnoseologico: pilotare un potere che non riconosce alcun “domani” diverso da sé. Il callido finisce stritolato dal protervo come in una favola di Gialal ad-Din Rumi
Il Tudeh non fu divorato per primo. Fu divorato per ultimo, perché collaborò più a lungo e più servilmente di tutti. È la nemesi del compagno di strada: applaudire il patibolo altrui, certi di esserne esentati, fino al giorno in cui vedi la lama dalla parte del palco. Un velleitarismo che, mutate le bandiere, attraversa i decenni intatto fino a noi.
Giulio Galetti, 28 giugno 2026
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