In un precedente articolo, abbiamo illustrato come i propal italiani siano assai silenziosi sull’omofobia che pervade la società palestinese. Ma una ulteriore menzione meriterebbe anche il loro silenzio sulla persecuzione di gay, lesbiche e trans per mano del regime della Repubblica Islamica dell’Iran.
Un silenzio che talvolta si alterna ad un’esclusione intenzionale di determinate voci. Lo dimostra quanto successo il 13 giugno al Pride di Bologna, dove dei militanti radicali sono stati espulsi dal corteo assieme a dei cittadini israeliani e iraniani, “colpevoli” di aver sventolato bandiere arcobaleno con la Stella di Davide e la bandiera del leone e del sole, simbolo degli iraniani che si oppongono al regime.
Un sistema brutale
Secondo il database dell’ILGA (International Lesbian and Gay Association), l’Iran è uno dei sette Paesi nel mondo in cui è accertata la pena di morte per chi compie rapporti omosessuali anche consenzienti (gli altri sono Arabia Saudita, Brunei, Mauritania, Nigeria, Uganda e Yemen). E anche quando non viene emessa una condanna a morte, i rapporti omosessuali sono punibili con le frustate.
Se questa è la situazione per i gay, per i transessuali la questione è più complessa. In teoria lo Stato consente il cambio dell’identificazione di genere dopo l’operazione per il cambio di sesso, ma i trans sono comunque oggetto di violenze e restrizioni nel Paese, e la legge non li tutela in alcun modo.
Gay e trans uccisi
Come riporta l’organizzazione per i diritti umani Hengaw, durante le proteste antiregime del gennaio 2026, tra le vittime della repressione messa in atto dalle forze filogovernative c’erano anche degli omosessuali. Ad esempio, Ariana Arjomandi aveva solo 23 anni quando è stato assassinato l’8 gennaio nella città di Borujerd, mentre cercava di fuggire da un poliziotto in borghese.
Alcuni mesi prima di morire Arjomandi, uno studente di psicologia che voleva emigrare in Germania dopo la laurea, avrebbe confidato di nascosto a pochi amici intimi il suo orientamento sessuale. Le autorità hanno posto come condizione per la restituzione del suo corpo alla famiglia che questa lo identificasse pubblicamente come un membro della milizia Basij e accettasse di seppellirlo in un’altra città, al fine di insabbiare la verità sulla sua morte. Dopo che la famiglia si è rifiutata di piegarsi, il suo corpo è stato seppellito di notte, senza preavviso e in silenzio.
Aveva 23 anni anche Nima Abbasi, che si identificava come trans, quando le forze filogovernative gli hanno sparato alla testa il 9 gennaio nella sua città, Isfahan, mentre un amico lo stava riaccompagnando a casa. Rimasto gravemente ferito, Abbasi è morto mentre i suoi amici lo stavano portando in ospedale.
Arresti e delitti familiari
Oltre alle vittime Lgbtq della violenza di regime, in Iran non mancano i casi in cui omosessuali e transessuali vengono uccisi dai loro stessi familiari per “delitti d’onore”. È quello che è successo alla 27enne trans Sogand Pakdel, che nel luglio 2025 è stata assassinata dal proprio zio, che le ha sparato alla testa. L’omicidio è avvenuto al matrimonio del cugino della Pakdel, dove si era recata nonostante la famiglia l’avesse minacciata affinché non venisse.
Prima di morire, la Pakdel era scappata di casa a causa delle violenze domestiche subite, e viveva in un ostello con altri trans che si trovavano nella sua stessa situazione. Una fonte a lei vicina ha rivelato a Hengaw che “i parenti maschi la portavano ripetutamente nel deserto per poi picchiarla. L’ultima volta che ciò è successo, lei ha girato un video e l’ha condiviso, dicendo: ‘Lasciateci vivere’”.
Attivisti Lgbt vengono arrestati di continuo in Iran. Nel febbraio 2024, le autorità hanno arrestato nella città di Urmia l’attivista Elham Choubdar, condannandola a tre anni di reclusione. In precedenza, nel settembre 2023, la Choubdar era stata condannata a morte con l’accusa di “corruzione sulla terra tramite propagazione dell’omosessualità”, “promozione del cristianesimo” e “collaborazione con partiti di opposizione”. Tuttavia, la Corte Suprema dell’Iran ha annullato la condanna a morte e lei è stata temporaneamente rilasciata su cauzione, salvo poi ricevere una nuova condanna.
Il silenzio in Italia
Per rendere l’idea di come una fetta consistente di chi in Italia si presenta come paladino dei diritti Lgbt sia rimasto in silenzio su quello che succede in Iran, salvo poi prendere posizione contro Israele e la presenza di ebrei italiani nei Pride, abbiamo cercato riferimenti ai casi sopra citati sui profili Facebook dell’Arcigay e di tre esponenti di spicco dell’attivismo Lgbtq in Italia: l’avvocatessa Cathy La Torre e gli ex-parlamentari Vladimir Luxuria e Monica Cirinnà.
Risultato? Nessuna di queste figure ha denunciato i fatti avvenuti in Iran sui propri profili. In compenso, la Cirinnà non ha perso occasione di attaccare Israele per la vicenda della Flotilla, la guerra a Gaza e quella che lei definisce “l’aggressione illegale all’Iran”. Mentre La Torre ha elogiato la posizione del premier spagnolo Pedro Sanchéz contro l’intervento americano in Iran.
Stesso silenzio sulle violenze di Teheran anche da parte dell’Arcigay, quantomeno dall’inizio del 2026. Tuttavia, il loro responsabile esteri, Roberto Muzzetta, già a inizio gennaio si è opposto ad una eventuale escalation con l’Iran, contestando anche il rovesciamento di Nicolás Maduro in Venezuela.
Leggermente diverso il discorso per Luxuria. Pur avendo dichiarato che “apprezzo tutte le manifestazioni a sostegno dei giovani che protestano e vengono massacrati (nel lontano 2008 io ero già in piazza con il cappio al collo per protestare contro la pena di morte in Iran)”, ha tuttavia messo al centro del suo post una critica a Matteo Renzi, accusato di protestare solo per le donne iraniane e non anche per quelle saudite.
Eccezioni virtuose
A dispetto di tutto ciò, non mancano i casi di figure e gruppi minoritari che hanno tenuto i riflettori accesi sulla situazione degli omosessuali iraniani. Come l’Associazione Radicale Certi Diritti, che a gennaio ha denunciato “una vera e propria politica di annientamento dei diritti umani” da parte del regime, chiedendo alle associazioni Lgbt italiane di “condannare pubblicamente il regime della Repubblica Islamica dell’Iran”.
Il segretario di Certi Diritti, Yuri Guaiana, in un’editoriale del 2023 sull’Huffpost ha denunciato il crescente antisemitismo nei movimenti queer:
La ragione, secondo me, va ricercata nell’influenza crescente che le teorie queer e la politica dell’identità hanno acquisito. […] Un altro aspetto rilevante è l’ostilità identitaria verso l’Occidente, che vede la storia occidentale come una mera narrazione di oppressione razziale e sfruttamento. In questo quadro, Israele e gli ebrei sono spesso percepiti come simboli del privilegio bianco occidentale, portando alcuni attivisti queer a identificare Israele e persino il popolo ebraico con i rappresentanti di tutto ciò che è sbagliato nel mondo.
Il risultato, è che quei pochi attivisti Lgbtq che non si uniscono al coro antisraeliano, filo-Hamas e filo-Ayatollah vengono spesso ostracizzati. È successo al presidente della sezione di Napoli dell’Arcigay, Antonello Sannino, che ha ricevuto numerose minacce dopo aver visitato Israele nel giugno 2025, per partecipare al Pride di Tel Aviv.
Più di recente, un comunicato diffuso da dirigenti napoletani dell’Anpi ha contestato la presenza di Sannino ad un evento organizzato dall’Anpi provinciale di Napoli, per celebrare gli 80 dal riconoscimento del voto alle donne. Il presidente dell’Arcigay Napoli è stato etichettato come “amico del governo genocida di Netanyahu”.
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Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


