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Il Gretinismo è ormai un’epidemia

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Il Gretinismo sta diventando un’epidemia: ha colpito anche la prestigiosa Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che recentemente s’è fatto promotrice di una stravagante tesi secondo cui sarebbe possibile entro il 2050 soddisfare il fabbisogno energetico dell’umanità così com’è oggi soddisfatto, ma con emissioni zero di CO2. A sostenere la fantasiosa tesi è stata una conferenza a Pisa dello scorso 9 settembre, di cui mi piace riportare il riassunto della relazione di tale Roberto Buizza, professore, appunto, al Sant’Anna e maitre-à-panser della conferenza. La quantità di banalità (condite con alcune affermazioni decisamente false) raccontata dal professore, che si aiutava con una sequenza di una decina di diapositive, non sembra avere limiti.

Nella prima diapositiva si viene edotti della seguente notizia-bomba: la CO2 in atmosfera è aumentata rispetto ai valori pre-industriali. Lo sappiamo tutti, professore, l’industrializzazione è coincisa con l’uso dei combustibili fossili, no? La seconda notizia-bomba è che viviamo un periodo di riscaldamento globale. Sappiamo tutti anche questo: innanzitutto, viviamo in un periodo interglaciale, essendo usciti dalla glaciazione circa 10mila anni fa. Ma, soprattutto, stiamo uscendo dalla cosiddetta Piccola era glaciale (Peg), un periodo di circa 300 anni, col minimo di freddo nei primi anni del 1700, e che fu il periodo più freddo degli ultimi 10mila anni. L’attuale riscaldamento, professore, si può vedere in molti modi, uno dei quali si chiama “regressione alla media”: quando per qualche ragione occorrono fenomeni che fanno discostare dalla media, è naturale una sequenza di altri fenomeni che tendono a ripristinare quella media. E l’uscita dalla Peg cominciò ben due secoli prima della industrializzazione.

La terza banalità nella terza diapositiva: i ghiacci fondono un po’ di più che nel passato. Ma va’, professore? Cosa vuole che faccia un riscaldamento? Con la quarta diapositiva cominciano le imprecisioni: il professore c’informa che gli uragani sono aumentati, e allo scopo mostra una fotografia del recente Dorian. Ma avrebbe dovuto mostrare una tabella con l’elenco degli uragani nel corso degli anni. Se l’avesse fatto, avremmo imparato che, per esempio, l’America fu investita da 149 uragani (di cui 10 di forza 4) negli 80 anni compresi fra il 1850 e il 1930, e fu investita da 135 uragani (di cui 8 di forza 4) negli 80 anni compresi fra il 1930 e il 2010. Gli uragani sono diminuiti, per numero e per intensità, e i rapporti dello stesso Ipcc lo ammettono.

Una perla di logica è la quinta diapositiva, col cui aiuto il professore sostiene che siccome l’Italia sarebbe esposta ai danni da cambiamenti climatici più d’ogni altro Paese, allora dovrebbe essere leader nella diminuzione delle emissioni più d’ogni altro Paese. Non sovviene al professore che anche se l’Italia fosse capace di azzerare le emissioni, i (presunti) danni che essa patirebbe sarebbero immutati se gli altri Paesi non recepiscono le preoccupazioni del professore. E nessuno ha intenzione di recepirle, posto che, sebbene è da vent’anni che tutti cianciano di voler ridurre le emissioni al di sotto dei livelli del 1990, nei fatti le emissioni sono oggi il 60% superiori a quei livelli.