Nella città di El Fasher, cuore martoriato del Darfur settentrionale, si è consumato alcuni giorni orsono l’ennesimo atto di una tragedia. I paramilitari delle Rapid Support Forces (RSF), capeggiati dal temuto Mohamed Hamdan Dagalo (alias Hemedti) hanno conquistato l’ultima baluardo dell’esercito regolare nella regione occidentale, trasformando la capitale in un inferno di rovine e disperazione.
Da mesi, El Fasher è un vasto campo profughi a cielo aperto, rifugio precario per centinaia di migliaia di anime in fuga. Il generale Abdel Fattah al-Burhan, leader dell’esercito e già a capo del governo di transizione, ha ammesso la sconfitta: “Le RSF stanno distruggendo sistematicamente e massacrando civili innocenti”. Addestrati dai mercenari Wagner, i miliziani del RSF seminano il terrore con esecuzioni sommarie e violenze etniche, colpendo senza pietà le comunità non arabe come quelle dei Fur, dei Zaghawa e dei Masalit.
Un rapporto dell’OHCHR, l’ufficio ONU per i diritti umani, dipinge un quadro agghiacciante: civili falciati mentre tentano la fuga, ex combattenti disarmati giustiziati a sangue freddo, in spregio al diritto umanitario. “Il pericolo di atrocità etniche su vasta scala aumenta ogni giorno”, ha avvertito Volker Türk, Alto Commissario ONU. “Occorrono azioni immediate per proteggere i civili e aprire corridoi sicuri”. Ma migliaia vengono arrestati o rapiti lungo la via della salvezza, intrappolati in un incubo senza fine. Oggi, le RSF dominano El Fasher e le sue arterie vitali. Hanno reciso ogni comunicazione: telefoni muti, Starlink oscurato. Le uniche testimonianze filtrano da video girati prima del blackout, rimbalzati sui social: scene di orrore puro, attendibili e strazianti, che mostrano massacri contro innocenti, eco di un passato che si ripete.
È un déjà-vu crudele. Tra il 2003 e il 2009, il Darfur fu teatro di genocidio: il regime di Omar al-Bashir armò le milizie Janjaweed per schiacciare le comunità non arabe, accusate di ribellione. Villaggi in fiamme, donne stuprate, civili massacrati. L’ONU contò oltre 600mila morti e 2 milioni di sfollati. Quel veleno ha generato le RSF, nate dalle ceneri dei Janjaweed, integrate nello Stato ma fedeli solo a Hemedti. Usate per reprimere proteste, controllare miniere d’oro e combattere in Yemen, oggi tornano a mietere vittime tra chi ha già patito l’indicibile. Il conflitto, riesploso nell’aprile 2023, resta un’ombra confusa sui media globali, occupate a raccontare ciò che accade a nord, a meno di un’ora di volo. Ma in Sudan non ci sono biechi occidentali o ebrei odiosi su cui scatenare la riprovazione collettiva. Qui i burattinai sono diversi.
Sono islamici, supportati al meglio dai russi arrivati nel 2017 con la divisa della WAGNER, attirati dal controllo delle miniere d’oro. Oggi i mercenari sono stati assorbiti dall’Africa Corps dell’esercito regolare russo, dopo la fine misteriosa del loro leader, Evgenij Prigožin.
12 milioni di sfollati, 24 milioni affamati. Denise Brown, coordinatrice umanitaria ONU, descrive l’orrore: “I fuggiaschi da El Fasher sono ostaggi sulle strade, costretti a pagare riscatti. Arrivano esausti, denutriti, feriti”. Quasi 130 operatori umanitari sono stati uccisi e nelle rovine di città fantasma e nei campi sovraffollati, una popolazione già segnata dal genocidio affronta l’abbandono. El Fasher non è solo una città caduta: è il simbolo di una memoria calpestata, un grido di dolore che esige giustizia. Quanto ancora dovrà soffrire il Darfur prima che il mondo ascolti?
Giulio Galetti, 1 novembre 2025
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